Professionisti del sapere o esperti del fare?

Mercoledì 30 Luglio 2008

L’atroce dilemma…. ma non voglio fare una sterile polemica. Tutt’altro. Vorrei dare qualche elemento di riflessione per indirizzare il compromesso.

I compromessi si possono fare, e in politica si ha il dovere di cercarli, ma bisogna avere ben chiaro fino a che punto si può arrivare, qual’è la base di richieste non negoziabili. Questo è possibile, ma a patto di sapere con chiarezza dove vogliamo arrivare, cosa vogliamo ottenere, in sostanza sapere per cosa combattiamo.

E’ la vecchia ma sempre utile distinzione tra mezzo e fine; e se talvolta si può ritenere lecito che il fine giustifichi i mezzi non è mai successo che i mezzi abbiano giustificato un fine. Esiste una gerarchia naturale e logica. E qual’è lo scopo dell’archeologia? Attraverso quali mezzi si prefigge di raggiungerlo?

Noi ci occupiamo di studiare, valorizzare e conservare ogni testimonianza materiale della vita passata dell’uomo in quanto riflesso ed espressione dei suoi valori, credenze, tradizioni e saperi in continua evoluzione (cfr. Conv. Europea sul valore del patrimonio culturale, art. 2 lettera “a”). Ovvero l’archeologo si occupa, attraverso la parte materiale dei documenti, di identità e memoria. Studiamo il modo in cui eravamo per capire in fin dei conti quanto le varie epoche hanno contribuito al nostro essere come siamo. Conserviamo e archiviamo le foto del nostro album di famiglia. Prendete un uomo, privatelo della sua identità e della sua memoria e, violando qualunque formulazione di diritto umano, capirete perché é importante quello che facciamo.

Ma noi siamo anche presuntuosi, perché questa storia di famiglia, questa ricerca di noi stessi, la vogliamo anche scientifica. Miriamo ad una irraggiungibile, ma molto desiderabile, oggettività. Attraverso il linguaggio universale della scienza volgiamo che anche chi è diverso da noi -perché ha avuto una storia diversa, non a caso- comprenda chi siamo e perché siamo così. Mirare al riconoscimento reciproco attraverso lo studio dell’identità nostra e altrui è il nostro piccolo contributo ad una società che si oppone alla spirale ignoranza-invidia-paura-odio-sopraffazione che tanta parte ha avuto nell’ultimo secolo.

Come può pretendere di chiamarsi e farsi chiamare archeologo un geometra con vent’anni di esperienza di scavo? Come contribuisce costui alla scientifica ricostruzione della nostra identità e memoria? In fin dei conti… perché scava? Il fatto di avere grande esperienza dei mezzi come può compensare la mancanza di lucidità sui fini?

Il geometra, il laureato triennale, persino quello specialistico ormai, possono e devono partecipare allo scavo. Ma non possono dirigerlo. Non possono essere investiti della responsabilità ultima di interpretare. Va benissimo il lavoro di equipe ma anche una equipe va diretta da qualcuno, va guidata. E questo per il bene di tutti quanti, per il bene della conoscenza di tutti quanti.

Nelle botteghe degli artisti c’erano il maestro, gli allievi, gli apprendisti e i garzoni. Ai ruoli subalterni non corrispondeva una accezione negativa, perché ognuno sapeva bene che un giorno dopo l’altro costruiva la sua ascesa sulla scala gerarchica, ognuno di loro desiderava un giorno di diventare maestro. Ma non era solo questione di tempo, di giorni passati a rimestare colori. Bisognava apprendere l’arte, la teoria del colore, la composizione. Solo una sciocca vanità poteva far sì che un garzone di lungo corso chiedesse di divenire maestro. Ma questo succedeva allora.

(pubblicato anche su http://direzione-anablog.spaces.live.com/)


Le cartacce della Storia

Domenica 27 Luglio 2008

Noi ce ne stiamo qui, immobili e inamovibili, prigionieri della nostra quotidianità, guardati a vista da quegli efficienti carcerieri che sono le abitudini e le routines che noi stessi abbiamo scelto per noi, massima espressione di libero arbitrio. Guardiamo inebetiti il sole a scacchi attraverso le sbarre delle logiche che avalliamo ogni giorno con un colpevole silenzio. Noi stiamo qui a studiare la storia, mentre là fuori la Storia si compie…senza di noi.

Sembra ormai passata quella stagione in cui allo storico, come a qualunque persona di cultura, si chiedeva l’impegno, si chiedeva di prendere posizione per una causa o contro di essa. Al tempo dell’attivismo si sostituisce quello dell’inazione.

Siamo diventati manovali. Siamo diventati come le donne delle pulizie che mettono ordine tra le cartacce di un ufficio in cui si decide qualcosa che non ha a che fare con la loro quotidianità. Ormai ordiniamo i cocci della Storia, le cartacce che Ella lascia in giro, residuo della sua turbinosa attività creatrice. Quale dignità possiamo pretendere?


Arte meccanica o liberale?

Mercoledì 9 Luglio 2008

In questi giorni penso molto al problema della posizione sociale, e quindi alla dignità, dell’archeologo.

Dall’intervento di una collega sul blog dell’ANA prendo uno degli spunti da cui sono partito, una citazione dall’editoriale dell’ultimo numero (1991) di Dialoghi di archeologia:

“…la soluzione più saggia consiste quindi nel prendere atto della fine di un’esperienza complessivamente positiva, che però non è riuscita a costruire una saldatura organica tra l’archeologia storico-artistica e storico-antiquaria tradizionali e le nuove proposte dell’archeologia antropologica e stratigrafica. E’ un fallimento che ci allontana da una prospettiva di storia integrale, dal momento che una qualsiasi parte della disciplina, per quanto valida in sé stessa, non può né potrà essere presa per il tutto “

( A.M. Bietti-Sestieri, Dia 1991, Editoriale ).

La riflessione teorica sull’archeologia, sulla storia ecc. in Italia è sempre lentissima, veramente possiamo dire che va a passo di lumaca. Quando in Europa si scatena una nuova corrente di pensiero (buona o cattiva che sia, non entro nel merito per ora) noi stiamo lì a guardare come evolve, per paura forse che sia solo un fuoco di paglia, o per paura di non riuscirne vincenti, un po’ come in tutte le nostre guerre. Ed ecco che quando finalmente abbracciamo “il progresso”, questo è già vecchio, ed è ancora altrove che si inseguono “le magnifiche sorti e progressive”.

In quegli anni 80-90, quella “saldatura organica” tra archeologia e storia non poteva affatto maturarsi. Noi eravamo inebriati dalla New Archeology (un po’ tardivamente forse, ma molto entusiasticamente). La nuova archeologia stratigrafica non poteva permettere che il metodo fosse influenzato dalle strutture culturali del contesto. Il metodo è quello e funziona, sia che scavi le buche di palo, sia che scavi il Colosseo. Ed ecco che che lentamente l’archeologo scivola via dalla sua forse sciocca, ma rispettata, posizione di luminare della cultura giù nell’oblio degli operatori manuali, dei bànausoi. Che importa più se sei laureato oppure no quando fai, agli occhi del popolo ignorante e dei suoi governanti, più o meno lo stesso lavoro di un manovale edile?

Con questa logica positivista e scientista, ottusamente applicata a quelle che vengono chiamate “scienze umane”, è stata firmata la secessione tra chi scava e chi interpreta lo scavo. Se lo scavo è fatto “in maniera scientifica” chiunque ne può leggere ed interpretare i risultati, e magari pubblicarselo. Ora siamo a questo punto: chi interpreta da un lato (i cd. archeologi da tavolino, o i “ricciofili”) e chi scava dall’altro (i cd. archeologi sul campo). In mezzo porrei una terza categoria, che talvolta media fra le due: quella dei “cocciofili”, i maestri della tipologia, gli archeologi da magazzino. Ahi serva Italia…

Mediazione? Chissà. Io la vedo nel recupero di una unità che non può però essere tematica. Bisogna ripartire dalla formazione, dai Ministeri. E’ ormai inutile che ci sia qualcuno che insegni la storia dell’arte greca e romana ignorando (non nella sua cultura personale magari, ma nei suoi insegnamenti) la storia sociale, quella economica, le fonti scritte ecc. ecc. Quanto vorrei che ci fossero insegnamenti onnicomprensivi circoscritti ad un’area geografica e un lasso cronologico ben definiti! Immaginate delle lezioni di “Civiltà della Grecia geometrica” per esempio, in cui si parli di storia, di epos, di cocci e di statue. In cui si parli di gente, di quella gente che dovrebbe costituire l’obiettivo d’indagine di ogni vero storico (a tutto tondo, non solo storico di…), secondo l’insegnamento forse datato, ma ancora attuale, di M. Bloch.

Forse questa è una via per recuperare parte della nostra dignità. Forse questo è il primo passo per chiedere maggiore rispetto quando si parla di archeologi. Forse è il primo passo per smettere di essere muratori con il cappello di Indiana Jones.


Lo storico come orco

Lunedì 7 Aprile 2008

E’ da gran tempo che i nostri “maggiori” ce l’han detto: l’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O, più esattamente, gli uomini. Meglio del singolare, modo grammaticale dell’astrazione, ad una scienza conviene il plurale, che è modo della diversità.

Dietro i tratti concreti del paesaggio, dietro gli scritti che sembrano più freddi, dietro le istituzioni in apparenza più distaccate da coloro che le hanno create e le fanno vivere, sono gli uomini che la storia vuole afferrare.

Colui che non si spinge fin qui non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione.

Il bravo storico invece somiglia all’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda.

Marc Bloch, Apologia della storia


Lord Acton said…

Giovedì 3 Aprile 2008

“a historian has to be treated as a witness, and not believed unless his sincerity is established. The maxim that a man must be presumed to be innocent until his guilt is proved, was not made for him. . . .”

Mi piace questa visione del lavoro dello storico: bisogna guardare la storia, anche quella già scritta, come se essa debba resistere oltre ogni ragionevole dubbio. E se quel dubbio c’è, lo storico ha il compito di usarlo -come un piede di porco se necessario- per scardinare la rete di falsità, o di presunte “verità rivelate” ma mai verificate, che troppo spesso costituiscono il castello di idee che chiamiamo Storia.