La poca saggezza del saggio scientifico

Sabato 29 Novembre 2008

Novembre è da sempre un periodo particolarmente intenso per chi studia. Ci sono le tesi da consegnare per le lauree di dicembre; ci sono i concorsi di dottorato; ci sono esami per le sessioni straordinarie; insomma un gran daffare. E allora tutti quanti prendiamo in mano i nostri tomi, le montagne di articoli da leggere, e cominciamo a notare certe piccole ma sostanziali differenze tra la produzione scientifica italiana e quella estera.

Non parlo di qualità questa volta, ché quella possiamo trovarla oppure no ma non per questo è però possibile generalizzare. Parlo invece di forma, questa sì vero comun denominatore del saggio scientifico italiano. Proviamo a notare qualcosa più analiticamente:

1) Impersonalità. Qualcuno ci ha da tempo persuasi che un tono impersonale conferisce implicitamente attendibilità a ciò che è scritto. C’è una bella differenza tra la frase “Io penso che la tal datazione vada rialzata di almeno un quarto di secolo” e la più tranquilla e affidabile “Si pensa che la tal datazione vada rialzata di almeno un quarto di secolo”. Ovviamente un lettore non avvertito potrà sprofondarsi nella certezza e perentorietà di questa affermazione. Potrà, certo, fino all’ultimo anno di superiore. Già perché uno studente universitario o meglio un qualunque addetto alla ricerca comincerà a chiedersi: “Ma chi è che pensa che la tal datazione vada rialzata?” oppure “Con chi me la devo prendere se penso che questa sia una baggianata?”. Ma il punto è proprio questo. La mancanza di una assunzione diretta di responsabilità per le proprie interpretazioni mette l’avversario (dialettico) in una condizione di impossibilità di portarti un attacco diretto.  Niente attacchi diretti, niente dialogo. Niente dialogo, panorama scientifico immobile e poco produttivo.

2) “scientifically correct”. Perdonate il neologismo, ma è così che renderei un’altra mania del produttore di scienza scritta dei nostri tempi, una mania che discende direttamente dalla precedente.  “Niente attacchi diretti, sarebbe scortese” (ovvero “al prossimo concorso ti stangano”). E allora ecco che comincia il minuetto, una danza delicata nella quale si sprecano inchini e salamelecchi quali “nonstante la brillante tesi di Tizio si potrebbe anche ritenere che” oppure “Una terza via sarebbe la sintesi tra le proposte di Caio e di Sempronio”, quando sappiamo benissimo tutti che lo scrivente si è messo di buzzo buono a smontare pezzo a pezzo le teorie di Tizio, Caio e Sempronio, facendone notare a tutti la effettiva inconsistenza, sì, ma educatamente. Ipocrisia travestita.

3) Una citazione non si nega a nessuno. Questa è la terza massima, che spiega il basso profilo dal punto di vista critico della produzione scientifica italiana, almeno in campo umanistico. Si cita chiunque, indiscriminatamente, anche se rispecchia una idea assolutamente insostenibile, anche se quello che ha scritto mi fa letteralmente schifo! No, va citato comunque. Perché non darci una autonoma regolata epurando da noi i lavori che non valgono la carta su cui sono scritti, semplicemente tramite l’arma dell’omessa citazione? Come possiamo pensare di creare un reale sistema di merito scientifico se Tizio che è un cretino deve comunque essere citato da chiunque? Come lo metti in piedi un sistema di Impact factor decente, su queste basi? Censurate, censurate, censurate. Una monografia manca di originalità? Non citatela! Un articolo non fa altro che rimestare la solita minestra? Non citatelo! Oppure c’è un altra strada: “Una risposta a Tizio, La datazione di Roccacannuccia” in cui prendete pezzo a pezzo la teoria di Tizio e direttamente ne dimostrate l’inattendibilità. Lo so, è pericoloso. Ma non c’è altra strada.

Per adesso ci fermiamo qui, ma non mancate di segnalarmi i difetti che voi lettori avete riscontrato:  ne discuteremo insieme.


Lettere morte

Venerdì 24 Ottobre 2008

E’ sotto gli occhi di tutti la gravità della sistuazione del sistema educativo pubblico italiano. Come credo anche sia sotto gli occhi di tutti il fatto che in questi giorni, una volta tanto, molta gente comune stia avendo uno scatto d’orgoglio e voglia manifestare pubblicamente la propria contrarietà alla linea politica abbracciata dal governo su questi argomenti. Fatto ancora più importante, forse più dei precedenti, la protesta è bipartisan nonostante le poco realistiche e comunque irrilevanti osservazioni del ministro Gelmini al riguardo. Da un lato ci sono gli statalisti di sempre, è giusto così e nessuna meraviglia. Ma dall’altro lato, sempre più numerosi, ci sono anche gruppi ascrivibili tra i sostenitori di questo governo, che su questi provvedimenti mettono criticamente in discussione il loro appoggio. Io sicuramente appartengo più a questo secondo schieramento.

Io mi occupo di un campo del sapere di quelli non facilmente monetizzabili, di quelli che tentano di rispondere a domande profonde dell’essere umano, domande che travalicano gli elemntari bisogni della vita quotidiana. Tutto questo al momento è in pericolo.

Il procedimento è semplice. La diminuzione dei fondi pubblici che finanziano oggi a malapena il funzionamento ordinario delle università costringerà queste ultime in un percorso obbligato: per prima cosa tagliare le spese, diminuendo anno dopo anno la varietà dell’offerta formativa, a cominciare da quei corsi che non hanno un immediato aggancio con le realtà produttive e legami con gli ordini professionali dominanti; in seguito la trasformazione, prevista dalla legge 133/08, delle università in fondazioni finanziabili con capitale privato con la conseguente immissione di ulteriori schemi aziendalistici nel processo di formazione delle scelte amministrative e finanziarie delle università.

Conclusione prevedibile: le facoltà di lettere saranno destinate alla sparizione o comunque ad un insostenibile e intollerabile ridimensionamento. Già, perchè come si sa ormai fin troppo bene in Italia, la cultura umanistica è un lusso e niente di più. Le università che nacquero proprio per insegnare le arti liberali, saranno radicalmente sconvolte trasformandosi in luogo di insegnamento di sole arti meccaniche. “Gia la gente non riesce ad arrivare a fine mese…” mi sento dire talvolta. L’ultimo rapporto OCSE “Education at a glance” pone la spesa italiana in ricerca e sviluppo, pari allo 0,9% del PIL al penultimo posto, seguita solo -e non di molto- dalla Slovacchia! A guardare la situazione dall’esterno sembra di parlare di chissà quale stato sottosviluppato (in via di sviluppo sarebbe già qualcosa). E pensare che da noi le università sono nate. E pensare che ogni anno popoliamo di cervelli italiani le università delle nazioni più sviluppate e impegante nella ricerca.


Professionisti del sapere o esperti del fare?

Mercoledì 30 Luglio 2008

L’atroce dilemma…. ma non voglio fare una sterile polemica. Tutt’altro. Vorrei dare qualche elemento di riflessione per indirizzare il compromesso.

I compromessi si possono fare, e in politica si ha il dovere di cercarli, ma bisogna avere ben chiaro fino a che punto si può arrivare, qual’è la base di richieste non negoziabili. Questo è possibile, ma a patto di sapere con chiarezza dove vogliamo arrivare, cosa vogliamo ottenere, in sostanza sapere per cosa combattiamo.

E’ la vecchia ma sempre utile distinzione tra mezzo e fine; e se talvolta si può ritenere lecito che il fine giustifichi i mezzi non è mai successo che i mezzi abbiano giustificato un fine. Esiste una gerarchia naturale e logica. E qual’è lo scopo dell’archeologia? Attraverso quali mezzi si prefigge di raggiungerlo?

Noi ci occupiamo di studiare, valorizzare e conservare ogni testimonianza materiale della vita passata dell’uomo in quanto riflesso ed espressione dei suoi valori, credenze, tradizioni e saperi in continua evoluzione (cfr. Conv. Europea sul valore del patrimonio culturale, art. 2 lettera “a”). Ovvero l’archeologo si occupa, attraverso la parte materiale dei documenti, di identità e memoria. Studiamo il modo in cui eravamo per capire in fin dei conti quanto le varie epoche hanno contribuito al nostro essere come siamo. Conserviamo e archiviamo le foto del nostro album di famiglia. Prendete un uomo, privatelo della sua identità e della sua memoria e, violando qualunque formulazione di diritto umano, capirete perché é importante quello che facciamo.

Ma noi siamo anche presuntuosi, perché questa storia di famiglia, questa ricerca di noi stessi, la vogliamo anche scientifica. Miriamo ad una irraggiungibile, ma molto desiderabile, oggettività. Attraverso il linguaggio universale della scienza volgiamo che anche chi è diverso da noi -perché ha avuto una storia diversa, non a caso- comprenda chi siamo e perché siamo così. Mirare al riconoscimento reciproco attraverso lo studio dell’identità nostra e altrui è il nostro piccolo contributo ad una società che si oppone alla spirale ignoranza-invidia-paura-odio-sopraffazione che tanta parte ha avuto nell’ultimo secolo.

Come può pretendere di chiamarsi e farsi chiamare archeologo un geometra con vent’anni di esperienza di scavo? Come contribuisce costui alla scientifica ricostruzione della nostra identità e memoria? In fin dei conti… perché scava? Il fatto di avere grande esperienza dei mezzi come può compensare la mancanza di lucidità sui fini?

Il geometra, il laureato triennale, persino quello specialistico ormai, possono e devono partecipare allo scavo. Ma non possono dirigerlo. Non possono essere investiti della responsabilità ultima di interpretare. Va benissimo il lavoro di equipe ma anche una equipe va diretta da qualcuno, va guidata. E questo per il bene di tutti quanti, per il bene della conoscenza di tutti quanti.

Nelle botteghe degli artisti c’erano il maestro, gli allievi, gli apprendisti e i garzoni. Ai ruoli subalterni non corrispondeva una accezione negativa, perché ognuno sapeva bene che un giorno dopo l’altro costruiva la sua ascesa sulla scala gerarchica, ognuno di loro desiderava un giorno di diventare maestro. Ma non era solo questione di tempo, di giorni passati a rimestare colori. Bisognava apprendere l’arte, la teoria del colore, la composizione. Solo una sciocca vanità poteva far sì che un garzone di lungo corso chiedesse di divenire maestro. Ma questo succedeva allora.

(pubblicato anche su http://direzione-anablog.spaces.live.com/)


Arte meccanica o liberale?

Mercoledì 9 Luglio 2008

In questi giorni penso molto al problema della posizione sociale, e quindi alla dignità, dell’archeologo.

Dall’intervento di una collega sul blog dell’ANA prendo uno degli spunti da cui sono partito, una citazione dall’editoriale dell’ultimo numero (1991) di Dialoghi di archeologia:

“…la soluzione più saggia consiste quindi nel prendere atto della fine di un’esperienza complessivamente positiva, che però non è riuscita a costruire una saldatura organica tra l’archeologia storico-artistica e storico-antiquaria tradizionali e le nuove proposte dell’archeologia antropologica e stratigrafica. E’ un fallimento che ci allontana da una prospettiva di storia integrale, dal momento che una qualsiasi parte della disciplina, per quanto valida in sé stessa, non può né potrà essere presa per il tutto “

( A.M. Bietti-Sestieri, Dia 1991, Editoriale ).

La riflessione teorica sull’archeologia, sulla storia ecc. in Italia è sempre lentissima, veramente possiamo dire che va a passo di lumaca. Quando in Europa si scatena una nuova corrente di pensiero (buona o cattiva che sia, non entro nel merito per ora) noi stiamo lì a guardare come evolve, per paura forse che sia solo un fuoco di paglia, o per paura di non riuscirne vincenti, un po’ come in tutte le nostre guerre. Ed ecco che quando finalmente abbracciamo “il progresso”, questo è già vecchio, ed è ancora altrove che si inseguono “le magnifiche sorti e progressive”.

In quegli anni 80-90, quella “saldatura organica” tra archeologia e storia non poteva affatto maturarsi. Noi eravamo inebriati dalla New Archeology (un po’ tardivamente forse, ma molto entusiasticamente). La nuova archeologia stratigrafica non poteva permettere che il metodo fosse influenzato dalle strutture culturali del contesto. Il metodo è quello e funziona, sia che scavi le buche di palo, sia che scavi il Colosseo. Ed ecco che che lentamente l’archeologo scivola via dalla sua forse sciocca, ma rispettata, posizione di luminare della cultura giù nell’oblio degli operatori manuali, dei bànausoi. Che importa più se sei laureato oppure no quando fai, agli occhi del popolo ignorante e dei suoi governanti, più o meno lo stesso lavoro di un manovale edile?

Con questa logica positivista e scientista, ottusamente applicata a quelle che vengono chiamate “scienze umane”, è stata firmata la secessione tra chi scava e chi interpreta lo scavo. Se lo scavo è fatto “in maniera scientifica” chiunque ne può leggere ed interpretare i risultati, e magari pubblicarselo. Ora siamo a questo punto: chi interpreta da un lato (i cd. archeologi da tavolino, o i “ricciofili”) e chi scava dall’altro (i cd. archeologi sul campo). In mezzo porrei una terza categoria, che talvolta media fra le due: quella dei “cocciofili”, i maestri della tipologia, gli archeologi da magazzino. Ahi serva Italia…

Mediazione? Chissà. Io la vedo nel recupero di una unità che non può però essere tematica. Bisogna ripartire dalla formazione, dai Ministeri. E’ ormai inutile che ci sia qualcuno che insegni la storia dell’arte greca e romana ignorando (non nella sua cultura personale magari, ma nei suoi insegnamenti) la storia sociale, quella economica, le fonti scritte ecc. ecc. Quanto vorrei che ci fossero insegnamenti onnicomprensivi circoscritti ad un’area geografica e un lasso cronologico ben definiti! Immaginate delle lezioni di “Civiltà della Grecia geometrica” per esempio, in cui si parli di storia, di epos, di cocci e di statue. In cui si parli di gente, di quella gente che dovrebbe costituire l’obiettivo d’indagine di ogni vero storico (a tutto tondo, non solo storico di…), secondo l’insegnamento forse datato, ma ancora attuale, di M. Bloch.

Forse questa è una via per recuperare parte della nostra dignità. Forse questo è il primo passo per chiedere maggiore rispetto quando si parla di archeologi. Forse è il primo passo per smettere di essere muratori con il cappello di Indiana Jones.