Novembre è da sempre un periodo particolarmente intenso per chi studia. Ci sono le tesi da consegnare per le lauree di dicembre; ci sono i concorsi di dottorato; ci sono esami per le sessioni straordinarie; insomma un gran daffare. E allora tutti quanti prendiamo in mano i nostri tomi, le montagne di articoli da leggere, e cominciamo a notare certe piccole ma sostanziali differenze tra la produzione scientifica italiana e quella estera.
Non parlo di qualità questa volta, ché quella possiamo trovarla oppure no ma non per questo è però possibile generalizzare. Parlo invece di forma, questa sì vero comun denominatore del saggio scientifico italiano. Proviamo a notare qualcosa più analiticamente:
1) Impersonalità. Qualcuno ci ha da tempo persuasi che un tono impersonale conferisce implicitamente attendibilità a ciò che è scritto. C’è una bella differenza tra la frase “Io penso che la tal datazione vada rialzata di almeno un quarto di secolo” e la più tranquilla e affidabile “Si pensa che la tal datazione vada rialzata di almeno un quarto di secolo”. Ovviamente un lettore non avvertito potrà sprofondarsi nella certezza e perentorietà di questa affermazione. Potrà, certo, fino all’ultimo anno di superiore. Già perché uno studente universitario o meglio un qualunque addetto alla ricerca comincerà a chiedersi: “Ma chi è che pensa che la tal datazione vada rialzata?” oppure “Con chi me la devo prendere se penso che questa sia una baggianata?”. Ma il punto è proprio questo. La mancanza di una assunzione diretta di responsabilità per le proprie interpretazioni mette l’avversario (dialettico) in una condizione di impossibilità di portarti un attacco diretto. Niente attacchi diretti, niente dialogo. Niente dialogo, panorama scientifico immobile e poco produttivo.
2) “scientifically correct”. Perdonate il neologismo, ma è così che renderei un’altra mania del produttore di scienza scritta dei nostri tempi, una mania che discende direttamente dalla precedente. “Niente attacchi diretti, sarebbe scortese” (ovvero “al prossimo concorso ti stangano”). E allora ecco che comincia il minuetto, una danza delicata nella quale si sprecano inchini e salamelecchi quali “nonstante la brillante tesi di Tizio si potrebbe anche ritenere che” oppure “Una terza via sarebbe la sintesi tra le proposte di Caio e di Sempronio”, quando sappiamo benissimo tutti che lo scrivente si è messo di buzzo buono a smontare pezzo a pezzo le teorie di Tizio, Caio e Sempronio, facendone notare a tutti la effettiva inconsistenza, sì, ma educatamente. Ipocrisia travestita.
3) Una citazione non si nega a nessuno. Questa è la terza massima, che spiega il basso profilo dal punto di vista critico della produzione scientifica italiana, almeno in campo umanistico. Si cita chiunque, indiscriminatamente, anche se rispecchia una idea assolutamente insostenibile, anche se quello che ha scritto mi fa letteralmente schifo! No, va citato comunque. Perché non darci una autonoma regolata epurando da noi i lavori che non valgono la carta su cui sono scritti, semplicemente tramite l’arma dell’omessa citazione? Come possiamo pensare di creare un reale sistema di merito scientifico se Tizio che è un cretino deve comunque essere citato da chiunque? Come lo metti in piedi un sistema di Impact factor decente, su queste basi? Censurate, censurate, censurate. Una monografia manca di originalità? Non citatela! Un articolo non fa altro che rimestare la solita minestra? Non citatelo! Oppure c’è un altra strada: “Una risposta a Tizio, La datazione di Roccacannuccia” in cui prendete pezzo a pezzo la teoria di Tizio e direttamente ne dimostrate l’inattendibilità. Lo so, è pericoloso. Ma non c’è altra strada.
Per adesso ci fermiamo qui, ma non mancate di segnalarmi i difetti che voi lettori avete riscontrato: ne discuteremo insieme.
Pubblicato da Mario Trabucco
Pubblicato da Mario Trabucco
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