Ma… e in Europa?

Sabato 13 Settembre 2008

Cercando notizie sulle condizioni degli archeologi nelle varie parti d’Europa mi sono imbattuto in un programma europeo, finanziato con fondi Leonardo II, chiamatoDiscovering the Archaeologists of Europe, realizzato dall’inglese Institute of Field Archaeology con la collaborazione della European Association of Archaeologists.

Inutile dire che l’Italia è assolutamente assente dal programma, dalle sue rilevazioni e dall’associazionismo in ambito europeo. Le nazioni partecipanti sono: Austria, Belgio, Cipro, Germania, Grecia, Irlanda, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.

Scopo del progetto è stabilire le caratteristiche necessarie per una futura mobilità europea dell’archeologo, stabilendo chi sia l’archeologo nei vari stati partecipanti. I parametri presi in esame al momento sono: numero di archeologi, sesso ed età, qualifiche e competenze, nazionalità, titoli professionali e ruoli, profili retributivi.

Sebbene il risultato finale del survey sarà disponibile solo dopo il congresso annuale dell’EAA, che si terrà a Malta dal 16 al 21 settembre 2008, sono comunque già disponibili in rete (su questo sito) alcuni posters con una summa dei risultati preliminari.

Una per tutte, riporto un’affermazione interessante dei curatori dei poster: “Put crudely, where there is private sector archaeology, there tends to be more jobs (and many more opportunities to move from country to country); where archaeological practice is heavily state-based, there are less jobs but these are better paid.“, ovvero il settore privato garantisce una maggiore spendibilità del proprio profilo professionale. Guarda un po’ che novità.



Professionisti del sapere o esperti del fare?

Mercoledì 30 Luglio 2008

L’atroce dilemma…. ma non voglio fare una sterile polemica. Tutt’altro. Vorrei dare qualche elemento di riflessione per indirizzare il compromesso.

I compromessi si possono fare, e in politica si ha il dovere di cercarli, ma bisogna avere ben chiaro fino a che punto si può arrivare, qual’è la base di richieste non negoziabili. Questo è possibile, ma a patto di sapere con chiarezza dove vogliamo arrivare, cosa vogliamo ottenere, in sostanza sapere per cosa combattiamo.

E’ la vecchia ma sempre utile distinzione tra mezzo e fine; e se talvolta si può ritenere lecito che il fine giustifichi i mezzi non è mai successo che i mezzi abbiano giustificato un fine. Esiste una gerarchia naturale e logica. E qual’è lo scopo dell’archeologia? Attraverso quali mezzi si prefigge di raggiungerlo?

Noi ci occupiamo di studiare, valorizzare e conservare ogni testimonianza materiale della vita passata dell’uomo in quanto riflesso ed espressione dei suoi valori, credenze, tradizioni e saperi in continua evoluzione (cfr. Conv. Europea sul valore del patrimonio culturale, art. 2 lettera “a”). Ovvero l’archeologo si occupa, attraverso la parte materiale dei documenti, di identità e memoria. Studiamo il modo in cui eravamo per capire in fin dei conti quanto le varie epoche hanno contribuito al nostro essere come siamo. Conserviamo e archiviamo le foto del nostro album di famiglia. Prendete un uomo, privatelo della sua identità e della sua memoria e, violando qualunque formulazione di diritto umano, capirete perché é importante quello che facciamo.

Ma noi siamo anche presuntuosi, perché questa storia di famiglia, questa ricerca di noi stessi, la vogliamo anche scientifica. Miriamo ad una irraggiungibile, ma molto desiderabile, oggettività. Attraverso il linguaggio universale della scienza volgiamo che anche chi è diverso da noi -perché ha avuto una storia diversa, non a caso- comprenda chi siamo e perché siamo così. Mirare al riconoscimento reciproco attraverso lo studio dell’identità nostra e altrui è il nostro piccolo contributo ad una società che si oppone alla spirale ignoranza-invidia-paura-odio-sopraffazione che tanta parte ha avuto nell’ultimo secolo.

Come può pretendere di chiamarsi e farsi chiamare archeologo un geometra con vent’anni di esperienza di scavo? Come contribuisce costui alla scientifica ricostruzione della nostra identità e memoria? In fin dei conti… perché scava? Il fatto di avere grande esperienza dei mezzi come può compensare la mancanza di lucidità sui fini?

Il geometra, il laureato triennale, persino quello specialistico ormai, possono e devono partecipare allo scavo. Ma non possono dirigerlo. Non possono essere investiti della responsabilità ultima di interpretare. Va benissimo il lavoro di equipe ma anche una equipe va diretta da qualcuno, va guidata. E questo per il bene di tutti quanti, per il bene della conoscenza di tutti quanti.

Nelle botteghe degli artisti c’erano il maestro, gli allievi, gli apprendisti e i garzoni. Ai ruoli subalterni non corrispondeva una accezione negativa, perché ognuno sapeva bene che un giorno dopo l’altro costruiva la sua ascesa sulla scala gerarchica, ognuno di loro desiderava un giorno di diventare maestro. Ma non era solo questione di tempo, di giorni passati a rimestare colori. Bisognava apprendere l’arte, la teoria del colore, la composizione. Solo una sciocca vanità poteva far sì che un garzone di lungo corso chiedesse di divenire maestro. Ma questo succedeva allora.

(pubblicato anche su http://direzione-anablog.spaces.live.com/)


Economie dei beni culturali e della ricerca

Venerdì 11 Luglio 2008

Oggi mi è venuta voglia di controllare personalmente a quanto ammontano e come sono ripartiti i famosi tagli della finanziaria 2008. Posto che non mi piace affidarmi al solo “sentito dire” ho dunque messo mano alla lettura del DL 112/2008, facendo particolare attenzione alle norme riguardanti Università, Ricerca e Beni Culturali (documenti reperibili qui)

Cominciamo dall’art. 1 c. 1 lettera a che annuncia l’intenzione della manovra di perseguire obiettivi di crescita “attraverso l’immediato avvio di maggiori investimenti in materia di innovazione e ricerca“. Detto così, sembra che non ci sia niente di cui preoccuparsi. Peccato che la lettura del prosieguo sia in realtà molto meno rasserenante.

L’ art. 60 infatti “prevede la riduzione delle dotazioni delle missioni di spesa di ciascun Ministero, per ciascun anno del triennio 2009-2011” anche se previa identificazione delle voci di spesa non aggredibili quali “fondo ordinario delle università; ricerca” e altre varie.

Questi sono i tagli ai singoli ministeri (fonte dati: Camera dei deputati):

elaborazione http://mariotrabucco.net

Guardando la tabella sembrerebbe ancora che noi non ce la passiamo tanto male in fondo, se paragonati ai tagli che subiscono il Min. dell’Economia o quello dello Sviluppo. Questa impressione però -va detto- è falsata dalla mancanza di un quadro completo di informazione che ci dica quanto incide il taglio praticato sul bilancio totale del ministero. Per esempio, se il Ministero dei Beni e le Attività Culturali riceve già lo 0,28 % del PIL come dice S. Settis sul Sole 24 Ore, allora un taglio di 230 mln di € diventa qualcosa di più di una semplice “economia”.

Ora mi soffermerei su alcuni altri dati che riguardano più specificamente i tagli che ci riguardano. L’elenco 1 allegato al DL ci informa più analiticamente sulle missioni di spesa di ogni ministero che subiscono le riduzioni.

Il MIUR riceve tagli in due missioni di nostro interesse: la 17 (ricerca e innovazione) per 3,2 mln di € nel 2009, che aumentano a 3,6 nel 2010 fino a 6,4 mln di € in meno nel 2011: e soprattutto la missione 23 (Istruzione universitaria) con tagli per 103,3 mln nel 2009, 109,3 nel 2010 e ben 192,4 mln di € in meno nel 2011! Un vero e proprio gioco pirotecnico.

Passiamo al MBAC, che non se la passa certo meglio. Anche questo ministero ha una missione 17 (ricerca e innovazione): meno 2,2 mln nel 2009, meno 2,8 nel 2010, fino a meno 5 milioni di € nel 2011. Ma passiamo al vero scopo istituzionale del ministero alla sua raison d’étre, ovvero la missione 21 (tutela e valorizzazione dei beni culturali): meno 198,2 mln di € nel 2009; meno 207,7 nel 2010; meno 366,4 milioni nel 2011! Voglio vedere come la faranno questa tutela nel 2011!

Ma non finisce qui, perché le brutte notizie non vengono mai sole e quindi passiamo al problema delle assunzioni, delle stabilizzazioni e del turn over nell’università. Ne parlano espressamente i commi 13 e 14 dell’art. 66: in pratica assunzioni non superiori al 20% delle cessazioni dell’anno precedente per tutto il triennio 2009-2011, percentuale che passa al 50% nel 2012, e si attesta al 100% delle cessazioni dal 2013 in poi. Il tutto ovviamente facendo in modo che le Università non spendano in stipendi più del 90% del loro Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO, che per fortuna è l’unica cosa che non viene toccata). In buona sostanza il personale universitario è in esaurimento, e ciò per il semplice fatto che la finanziaria impedisce di bilanciare l’attuale trend demografico che agisce sull’età media della popolazione, quindi anche dei docenti.

Il risparmio per lo stato dal blocco del turn over nell’università sarà di 63,5 mln nel 2009, 190,7 nel 2010, ben 316,6 nel 2011, fino a 417 nel 2012 che diventano 455,2 mln di € risparmiati nel 2013. Complimentoni davvero!

In conclusione vediamo qual’è il piano triennale di questi “maggiori investimenti in materia di innovazione e ricerca” citati all’articolo 1 del DL 112/2008, nel campo dei Beni Culturali, della Ricerca e dell’Università:

Economie Finanziaria 2009 - dati in mln di € (in meno) - elaborazione http://mariotrabucco.net

Ahhhh, questo sì che è incentivare la ricerca!!!



I mostri per le mostre (a proposito di Meier e Tschumi) /2

Lunedì 12 Maggio 2008

(foto M. Trabucco)

Conservazione e distruzione. Da sempre il mondo mediterraneo ci ha abituato alle contraddizioni, che in questo milieu fanno parte della identità culturale.

Ad Atene invece sembra che la contraddizione, invece di generare un equilibrio nato dall’armonia degli opposti nel loro accostamento, generi una guerra fratricida che avrà un solo vincitore ultimo: la modernità.

Parlo del Nuovo Museo dell’Acropoli, un gigante di vetro e cemento di 2.200 metri quadrati distante soli 500 metri dal monumento antico più famoso del mondo: l’Acropoli di Atene. Il progetto è di un altro grande architetto trasferito in America: Bernard Tschumi.

Il museo, che ho già avuto modo di visitare parzialmente, ha il pregio di conservare e rendere fruibile una consistente porzione di abitato della città antica dal IV secolo avanti Cristo fino al VII dopo. Peccato però che all’interno somigli all’Enterprise! O tutt’al più all’aeroporto della stessa Atene. Accanto all’edificio -dominato dai toni del grigio cemento e dal blu scuro dei vetri- stanno: l’ex-ospedale militare turco (1835); una palazzina art-déco del 1930 firmata da Vassilis Kouremenos; altri tre palazzetti neoclassici della fine dell’Ottocento. Insomma il nuovo museo -come si dice- nasce nel rispetto del contesto circostante…. come no!

Ma il bello deve ancora venire. Il palazzo di Kouremenos e quello neoclassico accanto, registrati come opere d’arte dal Ministero della Cultura nel 1988, sono rei di impedire la visuale dalla terrazza-ristorante del Nuovo Museo. Quindi vengono declassati dallo stesso ministero e avviati alla demolizione. Fortunatamente l’azione è stata bloccata per la veementissima protesta di cittadini, critici e accademici nazionali e internazionali. Ma altri due palazzetti sono in pericolo… (approfondimenti qui).

Il Museo, che dovrebbe conservare l’arte per agevolarne la fruizione, minaccia la sopravvivenza di altri pezzi d’arte in nome di un superiore valore di certa arte sul resto. Io, da studioso di arte classica, rimango allibito.


I mostri per le mostre (a proposito di Meier e Tschumi) /1

Mercoledì 7 Maggio 2008

I. Mi stupisco un poco per il coro di proteste e di indignazioni che ha accolto l’affermazione programmatica di Alemanno sulla rimozione della “Teca di Meier”.

Facciamo un poco di storia. Nel 1995 Rutelli decide -unilateralmente e senza un pubblico concorso internazionale- di affidare l’incarico all’americano Meier con un preventivo iniziale equivalente a odierni 7 milioni di euro (nel 1995!!!). Dopo 11 anni, di cui 6 di ritardo sui tempi, Veltroni inaugura la “pompa di benzina texana” (come diceva Sgarbi, e come dicono gli architetti inglesi), e intanto i conti sono raddoppiati a 14 milioni di euro.

Molti e illustri i detrattori dell’opera: Federico Zeri, Paolo Portoghesi, Alberto Arbasino, Massimiliano Fuksas, Vittorio Sgarbi, il New York Times. Ma non importa, si va avanti lo stesso.

Adesso che Alemanno dice (precisiamo: dice, e quindi solleva un dibattito, al contrario di chi agì senza dibattito) di volerla togliere e spostare, ecco che spuntano le polemiche. Una delle obiezioni è che costerebbe troppo. Come? costerebbe troppo? Certo non costerà mai 14 milioni di euro!

Poi c’è anche chi dice che è il terzo monumento più visitato di Roma. Lasciamo da parte il fatto che a dirlo sia lo stesso architetto Meier, e domandiamoci: ma non sarà che la gente forse vuol vedere l’Ara Pacis, e non la scatola di Meier?

In ultimo abbiamo chi dice che eliminare la nuova scatola sarebbe un danno per il patrimonio culturale di Roma. A proposito di danni al patrimonio di Roma, qualcuno sa dirmi che fine hanno fatto i pezzi della precedente teca razionalista di Morpurgo? Un opera simile eretta ormai 70 anni fa, considerata uno dei gioielli del razionalismo italiano, non fa forse parte del patrimonio culturale italiano? O forse tutte quelle opere d’arte architettonica e urbanistica che vennero erette nel Ventennio non hanno diritto di essere beni culturali per il semplice fatto che gli architetti che le costruirono avevano la tessera del PNF? C’è qualcosa che mi suona strano.

To be continued


Totoministri e Beni Culturali

Giovedì 17 Aprile 2008

quale ministro per i beni culturali?

Archiviate le allegrie post-elettorali, adesso si comincia a rimboccarsi le maniche per formare il nuovo governo e qualche nodo comincia a prendere la sua strada verso gli stretti denti del pettine: “ti do tre ministri”, “no ne voglio quattro” e via discorrendo…

Uno dei dicasteri che tengo sotto osservazione è quello per i Beni e le Attività Culturali (MBAC). Si è parlato di porre a capo del MBAC personaggi come Sandro Bondi o Paolo Bonaiuti ed è questo che voglio qui commentare.

Quanto a Bonaiuti proprio non capisco perché venga fatto il suo nome. Forse sono io a non sapere qualcosa di rilevante sul suo conto che lo colleghi ai beni culturali, ma non mi sembra. Si è sempre occupato di diritto internazionale e di economia, ha pubblicato inchieste giornalistiche di livello su temi legati all’Europa e alla politica internazionale per il Giorno e il Messaggero. Poi la luce nel 1996 con l’adesione a Forza Italia fino all’incarico di portavoce di Berlusconi. Un buon curriculum, non c’è che dire. Ma cosa lo collega ai beni culturali?

Passiamo a Sandro Bondi e qui le cose peggiorano. Laureato in filosofia (almeno quello), si è spesso occupato di temi culturali scrivendo anche qualche saggio. Tralasciamo per un momento il fatto che nel 1990 era sindaco comunista (sì, esatto, comunista) di Fivizzano e ora è il coordinatore nazionale di Forza Italia (quanti conversos in questo partito!). Nella sua attività letteraria troviamo una foto-bio-agiografia di Berlusconi nel 2001, inoltre una produzione poetica nella quale spiccano alcuni “fiori” dedicati al Cavaliere ed entourage, per non parlare della sua attività di divulgatore e comunicatore delle idee di Forza Italia e del Silvio-pensiero. Insomma, per come la vedo io, rischiamo di trasformare il Ministero per i Beni Culturali nel MinCulPop.

Rimpiango i tempi in cui, nel bene o nel male, a occuparsi di beni culturali erano personaggi del calibro di Ronchey (sociologo, saggista e giornalista), Gullotti e Scotti (premiati con la medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte), o docenti universitari come Fisichella e Buttiglione (per quanto contestati). Ovviamente di avere un ministro storico dell’arte e soprintendente come fu Antonio Paolucci credo che non se ne parli neanche…


Ricerca? No grazie! (cap. 1)

Mercoledì 9 Aprile 2008

Facendomi un giro sulla rete, setacciando programmi politici e dichiarazioni pubbliche, questa è l’impressione che ne ricavo.

I partiti in lizza per poter dire una parola autorevole sulle sorti del Paese sono i seguenti: PdL, UDC, Lega, La Destra, MpA da un lato; PD, PS, Sinistra Arcobaleno, IdV dall’altro.

Vediamo una panoramica delle loro posizioni sul tema. Il PdL nel suo programma in sette “missioni” (perchè non “miracoli” già che c’eravamo?), al punto 2 della quarta missione parla genericamente di “difesa [...] delle nostre culture antiche” e al punto 3 (Ambiente!) parla del “recupero, la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”. Probabilmente al PdL non sanno che Beni Culturali e Paesaggio sono cose tanto diverse da essere competenza di due ministeri distinti e separati dal 1987. Di Lisbona e del suo obiettivo di portare la ricerca al 3% del PIL degli stati nazionali nessuna traccia. Ma lo sviluppo non passa per l’innovazione secondo loro?

Passiamo al PD: e le prospettive non sono di molto migliori. Nel programma, si fa un vago accenno alla ratifica degli impegni di Lisbona, quasi en passant, più per dovere di cronaca che per un reale interessamento. Nella sezione dedicata ad università e ricerca (capitolo 7, specialmente punti “f” e “g”)si parla di “una nuova leva di giovani ricercatori”, in numero di 1000, selezionati “da un’agenzia indipendente” (un altro ente inutile, ottimo!). Poi parla degli investimenti in cultura, che per il PD è fondamentalmente quella scientifica finalizzata all’innovazione tecnologica: “robotica, social network, meccatronica, biotech” e “infomobilità, energia sostenibile, beni culturali, aerospazio, e-government, infrastrutture”. Inutile sottolineare come quel “beni culturali” messo lì somigli al giochino del “trova l’intruso” nei test, un vaso di coccio tra i vasi di ferro.

Ma un momento! La cultura c’è, e come no! Sempre al cap. 7, lettera g, punto 4 ecco che ritorna il grande assente dai veltroniani discorsi: il cinema! Per cui istituzione del “Centro nazionale per il cinema e l’audiovisivo” e del “nuovo Fondo di finanziamento per il cinema e l’audiovisivo”. Certo, certo… il cinema è cultura. Ma solo quello lo é?

Al momento vi è una sola differenza notevole, a mio avviso, nel coro di qualunquismi. Si tratta del PS di Boselli il quale, in questa intervista e nel programma, dice chiaramente:

“occorre un aumento straordinario della spesa pubblica e privata per la ricerca, per avvicinarsi all’obiettivo del 3% del Prodotto Interno Lordo fissato dal Trattato di Lisbona”

prendendo sul tema un impegno chiaro e concreto. Non sono un socialista, ma è ovvio che da aspirante a entrare nel mondo della ricerca noto quanta e quale sia la differenza tra una retorica elettorale generalista e un preciso obiettivo programmatico. Resta da vedere poi con quanta insistenza possa il PS portare avanti questa battaglia, considerato che gli ultimi sondaggi non sembrano proprio favorirli (notare l’eufemismo)… ma questi sono problemi loro.

Quello che mi chiedo è: per quale motivo nessuno dei grandi partiti pensa che ratificare e mettere in pratica il Trattato di Lisbona sia un obiettivo politico importante?

Per ora tanto basti, ma la ricerca continua…. stay tuned!


Beni culturali e/o Grandi opere?

Lunedì 7 Aprile 2008

Dà da pensare…

“E’ più serio dire che i beni culturali non sono di nessuno, e non sono beni. Sono l’oggetto di una ricerca scientifica. Vi sono discipline che studiano i reperti archeologici e le opere d’arte; fanno parte del sistema globale della scienza moderna; la scienza è la struttura della cultura contemporanea. (…) Solo in quanto i beni culturali si presentano come oggetti di scienza interessano una cultura il cui fondamento è scientifico.

Gli studiosi sono stati accusati di egoismo e di prepotenza: sono una minoranza, si dice, e poichè il patrimonio culturale è di tutti, va gestito secondo gli interessi, o i gusti, dalla maggioranza. Anche gli studiosi di energia dell’elettricità sono una minoranza, ma senza di loro la collettività non potrebbe fruire dell’energia elettrica: la funzione degli studiosi dell’arte è quella di permettere alla collettività la fruizione scientifica delle opere d’arte”.

Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte, 1975

citato in Reggiani, A. M., Patrimonio antico e grandi opere: da rischio a valore aggiunto