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La stratigrafia è un bene culturale?

Sabato 6 Settembre 2008

Reggetevi forte, perché la domanda è di quelle toste. Intendo affrontare l’argomento non tanto dal punto di vista scientifico, quanto piuttosto da quello giuridico-normativo. E’ per questo che spero che chiunque abbia competenze in materia si senta libero di esprimere le proprie documentate opinioni al riguardo.

“D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 10, qualifica infatti, al comma 1, come beni culturali le cose mobili o immobili appartenenti, tra gli altri enti, allo Stato, “che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico”. Il comma 2 dell’articolo in esame individua poi alcuni beni che sono comunque qualificati come culturali, mentre il terzo elenca una serie di altre cose (tra le quali quelle che presentano un interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico particolarmente importante appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati al comma 1), cui la qualificazione spetta unicamente a seguito della dichiarazione di sussistenza del relativo interesse di cui al successivo art. 13. Infine, ai sensi del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 91, comma 1, “le cose indicate nell’art. 10, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo o sui fondali marini, appartengono allo Stato”.

Cass. 8 agosto 2007 n. 32198

Secondo quanto sopra quindi possiamo certamente dire che una sequenza ordinata di strati di terra accumulatisi per cause umane o naturali (così potremmo definire una stratigrafia) presenti un elevato interesse storico e archeologico. Ciò a maggior ragione se consideriamo anche il comma 2 dell’art. 2 del D.Lgs. 42/2004, ovvero:

Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.

Detta così sembra facile. Ma c’è un problema. Una sequenza stratigrafica non è una cosa immobile o mobile. E per di più non si trova nel sottosuolo dato che di esso è parte integrante. Il problema è che il Codice, nella sua pur ampia definizione di beni culturali, parte sempre dal principio che i beni culturali sono cose, oggetti che si trovano nel terreno, a mare, ecc. Stranamente un accumulo intenzionale di sassi per fare un muretto a secco viene tutelato mentre un accumulo stratificato di terra no.

Questo principio è chiaro anche se consideriamo l’occupazione temporanea del terreno sul quale avviene uno scavo archeologico (ex art. 88 D.Lgs. 42/2004), finalizzato al “ritrovamento delle cose indicate all’articolo 10″. Il Ministero “affitta” il terreno, prende le cose che ci sono dentro (che sono dello Stato per legge), ti lascia il terreno e se ne va. In pratica ciò che è nel sottosuolo può essere di proprietà dello Stato, ma il sottosuolo è posto sotto un diverso regime di proprietà:

“la proprietà del suolo si estende al sottosuolo, con tutto ciò che vi si contiene, e il proprietario può fare qualsiasi escavazione od opera che non rechi danno al vicino”

CC, art. 840

Se dunque il sottosuolo del mio terreno è mio, ne discende la logica conseguenza che mi appartengono anche i diritti sulla sua stratigrafia, fatti salvi ovviamente i diritti dello Stato sulle cose di suo interesse. Se quanto ho esposto ha un senso, ha senso anche il diritto del privato di eseguire uno scavo stratigrafico che non sia finalizzato al rinvenimento di cose (evitando così le sanzioni ex art. 175, c.1 del D.Lgs. 42/2004), quanto piuttosto alla documentazione degli strati di terreno nei quali il mio sottosuolo si scompone. Il fatto che questa particolare disposizione abbia un significato storico e quindi un interesse storico-archeologico per la collettività viene dopo. Ciò implica anche che per avventura potrei anche essere ingaggiato da un privato per esaminare la disposizione stratigrafica del suo sottosuolo e svelargli così la storia del suo terreno. Se per caso dovessi trovare oggetti che datano lo strato e mi fanno capire come funziona il suo accumulo, alloro non dovrò far altro che annotarli, magari disegnarli (ma non fotografarli senza autorizzazione ex art. 108 e 109 D.Lgs. 42/2004) e poi consegnarli alla Soprintendenza competente (come prescritto dall’art. 90 D.Lgs. 42/2004) e mi becco anche un premio (ex art.92).

Quanto ho sopra prospettato sarebbe ovviamente assurdo nel caso in cui la stratigrafia fosse invece un bene culturale a tutti gli effetti. In questo caso allora essa ricadrebbe sotto la tutela dello Stato, e ogni sua distruzione o modifica senza le specifiche autorizzazioni sarebbe da considerarsi un reato. Peccato però che ogni scavo archeologico, o “opera per il rinvenimento delle cose di cui all’articolo 10″ invariabilmente distrugge la stratigrafia della porzione di terreno scavata; e l’interesse storico archeologico del bene culturale “stratigrafia del posto X” può essere tutelato e conservato in maniera accettabile solo mediante opportuna metodologia scientifica applicata alla distruzione, e soprattutto una ampia ed esaustiva documentazione.

Un’ultima considerazione riguardo alla documentazione. Io riterrei la produzione di un rapporto preliminare scientifico (quindi pubblicato) l’unica prova a discarico dalla possibile accusa di danneggiamento di bene culturale nel caso di uno scavatore e della stratigrafia dell’area da lui scavata.

Attendo lumi da color che sanno…

21 commenti | beni culturali, politica | Contrassegnato da tag: archeologia, archeologo, beni culturali, Codice, diritto, stratigrafia | Permalink
Pubblicato da Mario Trabucco


Uno su mille ce la fa… (e gli altri?)

Domenica 31 Agosto 2008

Data la mia duplice passione per i numeri e le imprese impossibili, non appena il Ministero ha reso disponibili le statistiche sulle domande di partecipazione al concorso in svolgimento sono subito accorso. Ho preso in considerazione solo i numeri riguardanti il concorso per archeologo (5551 domande) e quello per assistente alla vigilanza per i luoghi afferenti ai beni archeologici (28306 domande), ciò supponendo che le domande siano state presentate da “colleghi nostri”. Ecco dunque qualcuna delle interessanti conclusioni:

  • Ci sono più probabilità di fare il custode in Veneto piuttosto che in Campania, e ciò nella misura di 20 a 1.
  • Se volete provare a fare l’archeologo in Toscana preparatevi a combattere con le unghia e con i denti; se provate per la Liguria sarete invece 10 volte più tranquilli.
  • Guarda caso le regioni settentrionali offrono più possibilità di lavorare (sia come archeologo che come custode) rispetto a quelle meridionali.

Riporto sotto la tabella con i dati, ordinati per im-probabilità:

P.S.: Grazie a Claudia per avermi segnalato il link.

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Pubblicato da Mario Trabucco


Archeologo….chi era costui?

Giovedì 26 Giugno 2008

Come succede periodicamente, anno dopo anno ormai, ecco che anche la recente proposta di manovra finanziaria attenta alla sopravvivenza di quelli che ormai sono definiti “enti inutili”. Sicuramente è da auspicare che il governo voglia risparmiare qualche milione di euro per reinvestirlo (si spera) in servizi di pubblica utilità. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: sono davvero inutili tutti questi enti inutili?”. E’ probabile -per carità- che molti lo siano, ma vedo anche il rischio che nel tirare il tappo si butti via il bambino con tutta l’acqua sporca.

Facciamo qualche caso concreto. Sul Corriere della Sera dell’8 giugno scorso (riportato qui) si presenta il caso della Scuola Archeologica Italiana di Atene, un pezzo di storia della cultura archeologica italiana che rischia di chiudere i battenti proprio allo scadere dei suoi cento anni di vita. Negli ultimi tempi la SAIA viene via via strangolata decurtando anno dopo anno i suoi fondi di circa il venti per cento rispetto all’anno precedente, sperando forse che muoia da sé di inedia e per la forzata inazione, nell’attesa che qualcuno le firmi un bel colpo alla nuca. Dal 2001 al 2008 i fondi stanziato sono passati da ca. 1,1 mln di € a soli 640 mila. Briciole che non coprono ormai più neanche le spese fisse di personale e utenze, figurarsi la ricerca (fonte: Eureka, giu-lug 2008, pag. 3).E tutto ciò nonostante l’apprezzamento per il lavoro scientifico che la Scuola porta avanti da un secolo, e l’ammirazione che riscuotiamo per il fatto di ottenere risultati di eccellenza con mezzi pressoché di fortuna.

Ma in fondo…cos’è la SAIA? E’ solo un centro di coordinamento per le missioni scientifiche in territorio greco di dodici università italiane. E’ solo una scuola di specializzazione triennale che forma archeologi che tengono viva la ricerca e la conservazione del nostro patrimonio culturale. Dodici dipendenti, quindici studenti l’anno….chi se ne accorge se stacchi la spina? Quanti voti muove la SAIA? Un centinaio? Forse qualcuno in più? Il problema è tutto lì. Fai pochi scontenti da un lato ma dall’altro puoi dire di aver chiuso l’”ente inutile”. Applausi a scena aperta.

Non che questo sia l’unico caso, altro che. Giorni fa a lanciare il grido di dolore era la Missione Italiana in Antartide. Oggi mi è arrivata notizia dell’appello contro la chiusura dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente. E tutto si inscrive perfettamente nella povertà assoluta di idee al riguardo da parte della classe politica italiana (ricordate i programmi elettorali? li avevo confrontati qui). Tutto si inscrive perfettamente anche nella assoluta mancanza di considerazione dei nostri concittadini tutti. Chiedete in giro: chi è l’archeologo? cosa fa? Vista l’ignoranza generale in materia mi sembra anche logico che il cittadino medio non voglia pagare un soldo per quelli che considera specie di Indiana Jones (quante volte me lo sentirò dire ancora?) che vanno a zonzo per il mondo a cercare tesori e aprire tombe, popolare biblioteche e riempire musei che poi visitano solo loro.

Dov’è il ruolo sociale dello studioso di scienze umanistiche? Certo è che se studi il cancro o la fusione fredda tutti sono disposti a riconoscerti una certa rispettabilità (magari soldi non te ne danno lo stesso, ma è già qualcosa). Se invece studi Tucidide o la stele di Caminia sei un appassionato, uno che coltiva un hobby bellissimo, che tutti avrebbero voluto coltivare ma purtroppo dovevano trovarsi un lavoro serio. Così è, quindi cosa aspettarsi?

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Pubblicato da Mario Trabucco


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