L’atroce dilemma…. ma non voglio fare una sterile polemica. Tutt’altro. Vorrei dare qualche elemento di riflessione per indirizzare il compromesso.
I compromessi si possono fare, e in politica si ha il dovere di cercarli, ma bisogna avere ben chiaro fino a che punto si può arrivare, qual’è la base di richieste non negoziabili. Questo è possibile, ma a patto di sapere con chiarezza dove vogliamo arrivare, cosa vogliamo ottenere, in sostanza sapere per cosa combattiamo.
E’ la vecchia ma sempre utile distinzione tra mezzo e fine; e se talvolta si può ritenere lecito che il fine giustifichi i mezzi non è mai successo che i mezzi abbiano giustificato un fine. Esiste una gerarchia naturale e logica. E qual’è lo scopo dell’archeologia? Attraverso quali mezzi si prefigge di raggiungerlo?
Noi ci occupiamo di studiare, valorizzare e conservare ogni testimonianza materiale della vita passata dell’uomo in quanto riflesso ed espressione dei suoi valori, credenze, tradizioni e saperi in continua evoluzione (cfr. Conv. Europea sul valore del patrimonio culturale, art. 2 lettera “a”). Ovvero l’archeologo si occupa, attraverso la parte materiale dei documenti, di identità e memoria. Studiamo il modo in cui eravamo per capire in fin dei conti quanto le varie epoche hanno contribuito al nostro essere come siamo. Conserviamo e archiviamo le foto del nostro album di famiglia. Prendete un uomo, privatelo della sua identità e della sua memoria e, violando qualunque formulazione di diritto umano, capirete perché é importante quello che facciamo.
Ma noi siamo anche presuntuosi, perché questa storia di famiglia, questa ricerca di noi stessi, la vogliamo anche scientifica. Miriamo ad una irraggiungibile, ma molto desiderabile, oggettività. Attraverso il linguaggio universale della scienza volgiamo che anche chi è diverso da noi -perché ha avuto una storia diversa, non a caso- comprenda chi siamo e perché siamo così. Mirare al riconoscimento reciproco attraverso lo studio dell’identità nostra e altrui è il nostro piccolo contributo ad una società che si oppone alla spirale ignoranza-invidia-paura-odio-sopraffazione che tanta parte ha avuto nell’ultimo secolo.
Come può pretendere di chiamarsi e farsi chiamare archeologo un geometra con vent’anni di esperienza di scavo? Come contribuisce costui alla scientifica ricostruzione della nostra identità e memoria? In fin dei conti… perché scava? Il fatto di avere grande esperienza dei mezzi come può compensare la mancanza di lucidità sui fini?
Il geometra, il laureato triennale, persino quello specialistico ormai, possono e devono partecipare allo scavo. Ma non possono dirigerlo. Non possono essere investiti della responsabilità ultima di interpretare. Va benissimo il lavoro di equipe ma anche una equipe va diretta da qualcuno, va guidata. E questo per il bene di tutti quanti, per il bene della conoscenza di tutti quanti.
Nelle botteghe degli artisti c’erano il maestro, gli allievi, gli apprendisti e i garzoni. Ai ruoli subalterni non corrispondeva una accezione negativa, perché ognuno sapeva bene che un giorno dopo l’altro costruiva la sua ascesa sulla scala gerarchica, ognuno di loro desiderava un giorno di diventare maestro. Ma non era solo questione di tempo, di giorni passati a rimestare colori. Bisognava apprendere l’arte, la teoria del colore, la composizione. Solo una sciocca vanità poteva far sì che un garzone di lungo corso chiedesse di divenire maestro. Ma questo succedeva allora.
(pubblicato anche su http://direzione-anablog.spaces.live.com/)
Pubblicato da Mario Trabucco
Pubblicato da Mario Trabucco
Pubblicato da Mario Trabucco







