Gnuri e cassonetti

Mercoledì 24 Giugno 2009

-Gnùri, libero è? -Sì. -Evviva la libertà!

Sebbene la parola libertà sia onnipresente nei nostri discorsi, tanto da figurare anche tra i lazzi che hanno fatto divertire generazioni di ragazzi (alle spalle dei conduttori di carrozze), nondimeno la comprensione del concetto che essa indica è un po’ meno presente.

Soprattutto latita un’altra parola, che del concetto di libertà è parte integrante: responsabilità. Che senso avrebbe infatti poter scegliere liberamente se poi le nostre scelte non avessero conseguenze? Che gusto ci sarebbe a scegliere senza la speranza di godere un giusto merito, o viceversa il rischio di una equa sanzione? E’ per questo che dopo la libera scelta viene il momento in cui di quella scelta siamo chiamati a rispondere.

Se questo vale per tutti noi nel quotidiano esercizio della nostra libertà, a maggior ragione il discorso vale se applicato alla scelte compiute dai nostri rappresentanti, o da coloro che i nostri rappresentanti designano per compiere delle scelte che hanno una ricaduta su un qualunque aspetto della vita della comunità.

Leggo sul Corriere della Sera di domenica 21 giugno che l’AMIA (la municipalizzata che si occupa dei rifiuti di Palermo) ha comprato ben 1.500 cassonetti per la raccolta differenziata alla modica cifra di 750.000 euro (500 euro cadauno). Fin qua poco male, anzi forse pure bene, se non fosse che i cassonetti sono inutilizzabili, e di fatto inutilizzati da un anno, e ammassati in un piazzale nascosto della discarica di Bellolampo. La ragione è semplice: sono incompatibili con i camion per la raccolta. Scandaloso.

Ma torniamo al discorso che facevamo prima. Qualcuno ha scelto questi cassonetti; e qualcun’altro ha scelto questo qualcuno. Credete che delle teste cadranno per un errore tanto grossolano? Io lo spero, ma a dire il vero non me lo aspetto.

Già lo storico greco Erodoto, cinque secoli prima di Cristo, annoverava tra gli aspetti vantaggiosi della democrazia il fatto che le magistrature fossero soggette a rendiconto. E questo era tanto importante che la parola greca che indicava il pubblico magistrato era la stessa che noi traduciamo con “responsabile” ovvero (dal latino) “colui che ha la capacità di rispondere delle proprie scelte”. Chiedere che sia sanzionato pubblicamente chi ha commesso uno sbaglio non è accanimento, non è la solita voglia di gogne mediatiche. E un richiamo all’essenza stessa della nostra democrazia. E la democrazia è tale solo se valorizza la libertà tramite il richiamo alla responsabilità.


Se la cultura è mafiosa…

Venerdì 22 Maggio 2009

Alle volte la gente non sa proprio cosa inventarsi per far parlare di sè. Sembra proprio questo il caso dell’ultima trovata di Vittorio Sgarbi che, da sindaco di Salemi, ha pensato bene di inaugurare nel giorno dell’anniversario della Strage di Capaci, una mostra di volti di mafiosi.

Trovate un interessante articolo su Live Sicilia. Io propongo qui solo alcune riflessioni.

Anzitutto vi dico che non sono convinto dell’utilità sociale di mettere in mostra una serie di volti di mafiosi “celebri”, anzi mi chiedo proprio quale forma di fascinazione oscura abbia spinto l’artista a realizzarli. Il rischio poi che la fascinazione che ha colpito la Mantovan (l’artista che ha dipinto i ritratti) possa colpire anche parte dei fruitori della mostra mi sembra che non valga la candela.

Quello che suggerisco io in questi casi è il procedimento esattamente contrario, la “damnatio memoriae” già con successo sperimentata dagli antichi. Queste “persone” vanno cancellate dall’immaginario collettivo, non ne va diffusa la memoria.

“Sono polemiche inutili – dice Sgarbi – è come dire che la foto di Mills sui giornali è una forma di promozione. Non bisogna avere paura delle parole, vogliamo solo essere meno rispettosi delle solite convenzioni e banalità dell’antimafia. In queste opere è ritratta la mafia nello stile ‘Wanted’, con volti di borghesi ordinari dalla rispettabilità di facciata e che una volta catturati mostrano dei lineamenti nuovi, meno duri degli identikit, come è stato il caso di Provenzano, che una volta catturato ha rivelato un aspetto simile a quello di un comune pensionato” (citato dall’articolo di Live Sicilia)

Mi stupisco che una persona di raffinata intelligenza come Sgarbi possa rintracciare una analogia tra la foto di Mills sui giornali e il ritratto di Lo Piccolo in un museo. A parte il fatto che nessuno pensa che la foto dell’avvocato inglese accompagnata dalle accuse di concussione e spergiuro possa essergli di buona pubblicità. Ma inoltre è diverso il contesto! In un museo noi mettiamo delle cose perché siano non solo salvate dal tempo, ma anche erette ad esempio. Certo, esistono anche esempi negativi, ma solo dove si faccia tutto il necessario per sottolinearne la valenza negativa, per scongiurare qualsiasi ambiguità. In un museo sulla Germania troverà certo posto un ritratto di Hitler, che è pur sempre un personaggio storico, ma sarà anche attorniato dalle testimonianze del male che ha causato. Un ritratto di Hitler, accompagnato da quelli dei vari gerarchi in una galleria, forse trasmetterebbe un altro messaggio no?

Dalle parole di Sgarbi emerge quasi l’idea che in fondo Provenzano non sia altro che un inerme vecchietto settantenne, invece di uno dei più efferati omicidi e mandante di omicidi che la storia della nostra terra si vergogni di ricordare. E poi perché un “Museo della Mafia” piuttosto che uno della “Lotta alla Mafia”? Boh. Nei musei dell’Olocausto sparsi nel mondo su chi viene concentrata l’attenzione, sui carnefici o piuttosto sulle vittime? E’ per questo che si chiamano appunto “Museo dell’Olocausto” e non “Museo della Soluzione finale al problema ebraico” per esempio.

Spero che non voglia mai realizzare una galleria dell’Olocausto: immagino già la fila di ritratti di Hitler, Himmler, e “compagnia bella”.


Facce di bronzo e bronzi di facciata

Domenica 15 Febbraio 2009

Ogni tanto, in questo nostro paese pieno di cultura, si parla davvero di Beni Culturali. Ma la polemica di questi giorni, più che i toni del dibattito accademico su contenuti scientificamente sostenuti, ha i caratteri della gazzarra di partito su qualcosa che -se considerata da un punto di vista esclusivamente culturale- non dovrebbe neanche essere in discussione.  Ovvero che c’è una grande differenza tra un bene culturale e un oggetto di arredamento.

Certo nessuno nega che un candelabro del Cinquecento possa essere un bene culturale. Nego con forza invece che un bene culturale come la coppia dei Brondi di Riace possa divenire oggetto di arredamento per un summit internazionale (vedi qui e qui).  Non voglio entrare nella annosa questione dell’esistenza o meno di capacità di giudizio del Presidente del Consiglio, che è stato ormai paragonato a qualunque cosa dagli imperatori romani ai satrapi orientali, da Saddam Hussein a Mussolini. Il problema non è qui se lui dica o meno scemenze. Il problema grave e che c’è gente di una certa cultura che gli va pure dietro senza porsi minimamente il problema dei contenuti e basandosi invece sulle affiliazioni politiche.

Il primo riferimento è al Ministro dei Beni Culturali, On. Massimo Boldi, ops..!, volevo dire Sandro Bondi. Il ministro è la prima persona che si sarebbe dovuta metter di traverso ad un progetto del genere, magari liquidandolo scherzosamente come una boutade del premier (tanto ci siamo abituati).  E invece, puntando sul fatto che sono beni più che sulle loro caratteristiche culturali, ministro, sottosegretario e compagnia cantante prendono anche in considerazione l’idea e discutono amabilmente.

Dall’altro lato non mi piace nemmeno lo spirito della dichiarazione del segretario della CGIL di Reggio, Francesco Alì, che nel ripetere che “i nostri tesori non vanno da nessuna parte” mi ricorda tanto il noto personaggio della saga del Signore degli Anelli che avidamente contempla il suo tesssssssoooro. Postilla: ma poi che c’entra la CGIL? Boh.

Si badi bene: tutti i tecnici dicono di no, per problemi di fragilità, di microclima, di rischi vari. Ma io qui pongo un’altro quesito, che è quello solito dei nostri tempi (dalla bioetica alla politica, dall’industria ai beni culturali). Anche ammesso che una cosa si possa tecnicamente fare, è ipso facto anche lecito farla?

Parere favorevole dal Sindaco di Salemi e storico dell’arte Vittorio Sgarbi che dice che “Fragili sono le teste di coloro che dicono che sono fragili”.  Il movente questa volta è il turismo. Per il critico il fatto che otto capi di stato con signore/i vedranno i Bronzi alla Maddalena, a casa del premier, farà aumentare il turismo in Calabria. Così, magicamente. Ovviamente lui la vede così pensando da storico dell’arte, per il quale un oggetto o è bello oppure non lo è, e tutto il resto non conta per il semplice fatto che non c’è alcun resto. Inutile parlare di contesto, inutile parlare del fatto che forse vedere i bronzi all’interno del Museo Nazionale di Reggio Calabria potrebbe favorirne una migliore comprensione.

Il problema è tutto qui, nel valore iconico di un oggetto d’arte, indipendentemente dal suo significato, dai valori che rappresentava, dal suo valore di mezzo per un messaggio tra parti di una intera società. Ma tutto questo non ha importanza, è sovrastruttura, paccottiglia accademica che odora di polvere stantia. Certo viene da chiedersi perché allora i francesi non facciano fare il giro del mondo alla Gioconda che, ammettiamolo, come valore di icona ne ha anche di più dei nostri due bronzi.

Dichiariamolo ufficialmente: l’ottica è tutt’altro che culturale, quando di un oggetto si consideri solo il valore estetico. Quindi ora la domanda è: può la sola “forza del bello” dei due marcantoni bronzei essere considerata motivo sufficiente per il loro svilimento a oggetti di arredamento di un set televisivo-pubblicitario? La mia risposta è, ovviamente, no.

La motivazione più nobile che viene proposta per lo spostamento è quella della valorizzazione e della promozione. Ma allora mi vuole spiegare qualcuno perché in Sardegna si valorizzano dei reperti greci, che nulla hanno a che vedere con quel territorio, e non invece i beni culturali di quella regione? Forse che la Sardegna non ha beni culturali? O forse siamo ancora prigionieri di una idea preconcetta e antiquata secondo la quale esistono “beni culturali di serie A” e “beni culturali di serie B”? Avrei avuto meno da ridire se Berlusconi avesse cercato di valorizzare reperti sardi nel G8 in Sardegna, oppure se avesse organizzato il G8 a Reggio Calabria se tanto ci teneva a valorizzare i Bronzi.


“Strato di diritto”

Mercoledì 7 Gennaio 2009

Il post “La stratigrafia è un bene culturale?” sebbene possa chiudersi con una risposta sostanzialmente negativa, nondimeno ha sollevato un ampio dibattito, i cui frutti sarà bene analizzare in dettaglio. E’ per questo che apro questo nuovo capitolo, come spin-off del precedente.
Per quel che pare a me (e non sono un giurista, com’è noto) Bretella notava giustamente che la mancanza di una res tangibile alla quale affibbiare dei diritti ostacola irrimediabilmente il percorso di tutela della stratigrafia “pura”, ovvero indipendentemente dagli oggetti culturalmente significativi (e quindi tutelati) che essa custodisce. Penso che forse facciano meglio le zone di cultura anglosassone quando parlano più estensivamente di cultural heritage piuttosto che di “beni e attività culturali”.  Sarebbe tutto più semplice.

Spostando allora il discorso sul campo della tutela del diritto d’autore e della proprietà intellettuale, quali sono esattamente i presupposti giuridici per attribuire dei diritti a qualcuno (persona fisica, ente o collettività) sulla lettura stratigrafica, o meglio sui risultati di questa operazione di lettura? Essa viene in effetti normata dal ministero nelle sue modalità. Ma che dire della proprietà e dei diritti di utilizzazione?

Bisogna tutelare maggiormente l’archeologo stratigrafo che legge e interpreta un dato di natura, come si farebbe con l’autore di un documentario sui leoni? Certo l’interpretazione della stratigrafia, operazione che avviene nel momento stesso in cui la si scava tanto da indirizzare le scelte successive sul cantiere, è opera esclusiva dell’ingegno dello scavatore o del direttore scientifico dello scavo. Essa dipende dalla sua sensibilità e dalla sua specifica competenza garantita dalla sua formazione e dall’esperienza che ha maturato. La sua lettura in fin dei conti è unica e irripetibile, quasi come una piccola opera d’arte. Tralasciamo poi il caso, nenanche tanto raro, in cui l’interpretazione di uno scavo finisce con l’essere una ricostruzione di pura fantasia!! C’entrerà pure il diritto d’autore…

Oppure si dovrebbe considerare il diritto della collettività che paga l’operazione di lettura e che quindi dovrebbe usufruire dei risultati nel modo più ampio, rapido e trasparente possibile (leggasi “dati nel pubblico dominio con divulgazione su internet in tempi ragionevolmente brevi”)?

La documentazione dello scavo, redatta da pubblici dipendenti (almeno temporanei) e seguendo pubbliche direttive sembrerebbe avere i connotati di una serie di atti amministrativi… o no? E se sì, in che misura varrebbero le norme sulla trasparenza e l’accesso agli atti amministrativi? Magari ho il diritto di andare a vedere le schede US dello scavo inedito dell’archeologo Tal dei tali…

Nuovi inquietanti scenari si aprono…


Lettere morte

Venerdì 24 Ottobre 2008

E’ sotto gli occhi di tutti la gravità della sistuazione del sistema educativo pubblico italiano. Come credo anche sia sotto gli occhi di tutti il fatto che in questi giorni, una volta tanto, molta gente comune stia avendo uno scatto d’orgoglio e voglia manifestare pubblicamente la propria contrarietà alla linea politica abbracciata dal governo su questi argomenti. Fatto ancora più importante, forse più dei precedenti, la protesta è bipartisan nonostante le poco realistiche e comunque irrilevanti osservazioni del ministro Gelmini al riguardo. Da un lato ci sono gli statalisti di sempre, è giusto così e nessuna meraviglia. Ma dall’altro lato, sempre più numerosi, ci sono anche gruppi ascrivibili tra i sostenitori di questo governo, che su questi provvedimenti mettono criticamente in discussione il loro appoggio. Io sicuramente appartengo più a questo secondo schieramento.

Io mi occupo di un campo del sapere di quelli non facilmente monetizzabili, di quelli che tentano di rispondere a domande profonde dell’essere umano, domande che travalicano gli elemntari bisogni della vita quotidiana. Tutto questo al momento è in pericolo.

Il procedimento è semplice. La diminuzione dei fondi pubblici che finanziano oggi a malapena il funzionamento ordinario delle università costringerà queste ultime in un percorso obbligato: per prima cosa tagliare le spese, diminuendo anno dopo anno la varietà dell’offerta formativa, a cominciare da quei corsi che non hanno un immediato aggancio con le realtà produttive e legami con gli ordini professionali dominanti; in seguito la trasformazione, prevista dalla legge 133/08, delle università in fondazioni finanziabili con capitale privato con la conseguente immissione di ulteriori schemi aziendalistici nel processo di formazione delle scelte amministrative e finanziarie delle università.

Conclusione prevedibile: le facoltà di lettere saranno destinate alla sparizione o comunque ad un insostenibile e intollerabile ridimensionamento. Già, perchè come si sa ormai fin troppo bene in Italia, la cultura umanistica è un lusso e niente di più. Le università che nacquero proprio per insegnare le arti liberali, saranno radicalmente sconvolte trasformandosi in luogo di insegnamento di sole arti meccaniche. “Gia la gente non riesce ad arrivare a fine mese…” mi sento dire talvolta. L’ultimo rapporto OCSE “Education at a glance” pone la spesa italiana in ricerca e sviluppo, pari allo 0,9% del PIL al penultimo posto, seguita solo -e non di molto- dalla Slovacchia! A guardare la situazione dall’esterno sembra di parlare di chissà quale stato sottosviluppato (in via di sviluppo sarebbe già qualcosa). E pensare che da noi le università sono nate. E pensare che ogni anno popoliamo di cervelli italiani le università delle nazioni più sviluppate e impegante nella ricerca.


Ma… e in Europa?

Sabato 13 Settembre 2008

Cercando notizie sulle condizioni degli archeologi nelle varie parti d’Europa mi sono imbattuto in un programma europeo, finanziato con fondi Leonardo II, chiamatoDiscovering the Archaeologists of Europe, realizzato dall’inglese Institute of Field Archaeology con la collaborazione della European Association of Archaeologists.

Inutile dire che l’Italia è assolutamente assente dal programma, dalle sue rilevazioni e dall’associazionismo in ambito europeo. Le nazioni partecipanti sono: Austria, Belgio, Cipro, Germania, Grecia, Irlanda, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.

Scopo del progetto è stabilire le caratteristiche necessarie per una futura mobilità europea dell’archeologo, stabilendo chi sia l’archeologo nei vari stati partecipanti. I parametri presi in esame al momento sono: numero di archeologi, sesso ed età, qualifiche e competenze, nazionalità, titoli professionali e ruoli, profili retributivi.

Sebbene il risultato finale del survey sarà disponibile solo dopo il congresso annuale dell’EAA, che si terrà a Malta dal 16 al 21 settembre 2008, sono comunque già disponibili in rete (su questo sito) alcuni posters con una summa dei risultati preliminari.

Una per tutte, riporto un’affermazione interessante dei curatori dei poster: “Put crudely, where there is private sector archaeology, there tends to be more jobs (and many more opportunities to move from country to country); where archaeological practice is heavily state-based, there are less jobs but these are better paid.“, ovvero il settore privato garantisce una maggiore spendibilità del proprio profilo professionale. Guarda un po’ che novità.


E adesso ecco anche la Long-list!

Sabato 13 Settembre 2008

Il sito del MiBAC è sempre pieno di sorprese, specie con il nuovo ministro, e fra una critica cinematografica e la recensione dell’ultimo libro letto da Bondi si trova anche qualcosa di veramente interessante e soprattutto istituzionalmente rilevante.
Sto parlando del nuovo ed entusiasmante “Avviso pubblico per la costituzione di una long list di esperti per il conferimento di incarichi nell’ambito delle attività del MiBAC per l’attuazione del QSN 2007 – 2013″. Nel documento si legge infatti che

…una carenza strutturale di professionalità interne in grado di garantire al Ministero la realizzazione delle attività inserite nei Programmi operativi ed attuativi da realizzarsi nel periodo 2007-2013…

motivo per il quale

… il Ministero, ai sensi del D. Lgs. 165 del 30 marzo 2001 e s.m.i., articolo 7, comma 6 e art. 36, comma 11, intende avvalersi anche di professionalità esterne alla P.A. altamente qualificate, in quanto trattasi di figure professionali specialistiche.

Insomma non c’è personale qualificato per portare avanti gli obiettivi precipui del Ministero quindi, invece di portare avanti dei lunghi e delicati concorsi, si pensa bene di ricorrere all’outsourcing favorendo la proliferazione di rapporti di lavoro precari di natura imprecisata (e poi si dice che questo governo fa le leggi anti-precari….anzi, tutt’altro!). Sempre il Ministero, nella sua infinita magnanimità, pur non offrendo affatto rapporti di lavoro di qualità, nonostante tutto alla qualità dei prestatori d’opera occasionali ci tiene. Quindi via all’invio in rete di migliaia e migliaia di curricula tra i quali, se ci sarànno tempo, voglia e soldi, verranno scelti direttamente (quindi in modo tutt’altro che trasparente) i prestatori d’opera.

Quando deciderà il Ministero di impegnare parte dei suoi pochi fondi alla creazione di vere e proprie figure professionali inquadrate in strutture stabili al servizio dei beni culturali del nostro paese?

Per maggiori informazioni ecco il bando.

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Vi presento la VII commissione

Venerdì 12 Settembre 2008

VII Commissione “Cultura, scienza ed istruzione”: cultura; scienza; istruzione, compresa la disciplina dell’ordinamento dei docenti universitari; diritto d’autore; ricerca scientifica; spettacolo; sport; editoria; informazione, compresa quella radiotelevisiva; interventi per la salvaguardia dei beni culturali.

da: www.camera.it

Come si deduce da quanto riportato sopra, una parte dei mali che quotidianamente ci affliggono, sia nel campo dell’università e della ricerca che in quello dei beni culturali, afferiscono a questa Commissione Parlamentare Permanente. Allora mi sono chiesto: “Con chi abbiamo a che fare?”, “Chi esamina le proposte di legge che tanto ci danneggiano?”, “Che tipi sono?” e “Che competenze hanno per fare questo?”.

Le risposte sono tutte condensate nei grafici sottostanti, costruiti con i dati prelevati direttamente dalle schede personali dei singoli deputati, reperibili su www.camera.it:

composizione della VII commissione Camera dei deputati

composizione della VII commissione Camera dei deputati

Se vi interessano i dati utilizzati, li ho sintetizzati vii-commissione.

Leggendo tutti i dati viene spontanea una domanda: “Ma che ne capiscono costoro di archeologia?”. Bella domanda, eh?

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E se procedessimo per specialità?

Venerdì 5 Settembre 2008

Oggi rileggevo la lettera che la Prof. Bietti Sestieri ha mandato al Min. Bondi e la lettera che RDP ha mandato alla sopraddetta Prof. ed effettivamente balza immediatamente agli occhi che pur non avendo l’Italia ancora nessun archeologo (almeno in modo ufficiale, univoco e trasparente) abbiamo già (ed era pure ora) tante archeologie.

Quindi in un certo senso si può tranquillamente dire che non ha più tanto senso professarsi archeologo se non facendolo seguire da una necessaria specificazione del proprio campo di studi. La stessa differenza che c’è tra il dire: “Io sono un uomo” (alquanto scontato e poco informativo per chi mi ascolta) e dire invece: “Sono il sig. Rossi, calzolaio” (mi si può distinguere abbastanza agevolmente tra i miei simili e ci si fa anche una idea più specifica di me).

Ma veniamo a noi. Il ministero, nel suo sciagurato concorso, ovviamente non si pone nemmeno il problema di che razza di archeologi vuole, posto che forse non ha nemmeno idea di cosa farà fare ai malcapitati neoassunti (dato che pare buona norma non specificare per quali mansioni si concorre). Un concorso razionale richiederebbe “voglio qualcuno che faccia questo, questo e quell’altro” e ovviamente una qualifica minima di partenza che mi assicuri che tutti i concorrenti sappiano fare quelle cose. Noi invece concorriamo per un titolo: “cerco trenta persone che aspirino a fregiarsi dell’altamente onorifico titolo di archeologo”. Ed ecco l’inghippo: gli aspiranti sono 5551!

Peccato che questi 5551 aspiranti archeologi siano presumibilmente di formazione diversissima, abbiano interessi e competenze anche diametralmente opposti, e le loro specializzazioni e dottorati spazino dall’arte del Gandhara alle anfore puniche, dai riti funerari cicladici alle case-torre medioevali.

Lo so che proporre commissioni e patenti a punti al giorno d’oggi sono due sport alquanto praticati, ma forse qui potrebbero essere d’aiuto. Non sarebbe meglio avere una sorta di tessera nella quale segnare, per via di esperienza e di pubblicazioni, le proprie specificità professionali? Se c’è un concorso per un primario di ostetricia il medico specializzato in cardiologia non proverà nemmeno, giusto? Perché se c’è da fare un concorso per archeologo in Toscana dovrebbe poter partecipare un esperto egeista?

Io la butto lì a caso e spero di aprire un dibattito, in questo spazio che è stato molto gentilmente definito “un salotto”. Porto un altro esempio: perché i militari (non cominciate, è un esempio!) portano sul petto gli “stemmini” di paracadutista, di tiratore, di pilota, ecc? Perché non basta essere un militare, bisogna anche vedere quello che sai fare, per stabilire se sei adatto a questo o quel compito, ad essere assegnato a questa o quella unità.

Quindi questo è ciò che vorrei: una commissione che di volta in volta rilascia gli “stemmini” riguardo le varie specialità della nostra vastissima disciplina. Un po’ come se fosse necessario essere dichiarato cultore della materia per ottenere la certificazione. Una certificazione beninteso, che deve essere richiesta per i concorsi che devono prevedere profili ben specifici, chiaro. Sogno? Forse sì, ma non credo sia follia.

E l’archeologo “da campo”? l’ispettore di soprintendenza? Ovvio: deve essere una specie di Incursore della Marina, uno che abbia le capacità certificate di affrontare tutte le possibili situazioni culturali che sono documentate nel suo ambito geografico d’azione. E sì, mi dispiace, ma se vogliamo un’archeologia scientifica e non un qualunquismo imperante mi sa che deve andare proprio così. Se fai ricerca in biblioteca e nei musei puoi permetterti di specializzarti in un settore e abbordare saltuariamente quelli affini. Ma se devi mettere le mani nella terra per la prima ed unica volta che ci è concessa in questo mestiere, sapendo che ogni metro cubo di terra o lo scavi bene o meglio lasciarlo lì, allora devi essere pronto, devi essere uno che sa quello che fa e sa che cosa si deve aspettare!

Meditiamo gente, meditiamo…