Archeologia preventiva: finito il regolamento

Venerdì 22 Maggio 2009

Riporto dal comunicato stampa del MiBAC del 21.05.09:

Il Ministro per i beni culturali, Sandro Bondi, ha espresso grande soddisfazione per la conclusione dell’iter del regolamento che completa la disciplina in materia di archeologia preventiva, testo che sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Le nuove disposizioni – dichiara il Ministro – costituiscono un fondamentale strumento operativo, improntato a criteri di oggettività e trasparenza, attraverso cui, da un lato, si rende maggiormente efficace l’azione del Ministero diretta alla tutela del patrimonio archeologico del Paese e, dall’altro, dà certezza ai tempi di esecuzione delle opere pubbliche.”

Il testo prevede la costituzione di un elenco degli archeologici, cui possono essere iscritti soggetti privati, dipartimenti o istituti archeologici universitari, in possesso della necessaria qualificazione per operare la verifica preventiva dell’interesse archeologico in sede di progetto preliminare.

Fin qui il testo del comunicato. Purtroppo, per quanto abbia cercato, finora non ho trovato  ulteriori dettagli da sottoporvi e da commentare insieme. Aspetteremo.

Il regolamento deve dare compiuta attuazione all’art. 2-ter, comma 3, del DL 63/2005 (convertito nella legge 109/2005) il quale prevede, insieme all’art. 28, comma 4, del Codice dei Beni culturali, che la Soprintendenza possa richiedere la verifica preventiva dell’interesse archeologico di un progetto o intervento, da eseguirsi a spese del committente per mezzo di indagini d’archivio, spoglio delle pubblicazioni, indagini non invasive, saggi di scavo, al fine di conoscere in anticipo e valutare adeguatamente l’impatto che il ritrovamento di manufatti e opere murarie antiche può avere sui tempi e sui costi del progetto esecutivo.

I soggetti che potranno eseguire questa valutazione, tra privati, istituti universitari e soggetti pubblici in possesso di adeguata qualificazione, saranno inseriti in un apposito elenco del Ministero, dal quale pescare per fare eseguire la valutazione preventiva dell’interesse archeologico.


Pubblico ma non pubblico

Mercoledì 13 Maggio 2009

Cari amici e colleghi,

ecco a disposizione di tutti il testo dell’intervento che ho tenuto a Roma al convegno ArcheoFOSS 2009. Le ovvie limitazioni di tempo e di spazio, oltre alle mie approssimative competenze in materia giuridica, non ne fanno di certo un capolavoro. Ma se servirà a stimolare una nuova accesa discussione come quelle che talvolta si svolgono in questo spazio, allora sarà di certo servito a qualcosa.

Il testo è rilasciato secondo i termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Generico quindi potete copiarlo, distribuirlo, modificarlo a patto ovviamente di citarmi, di non perseguire scopi di lucro, e ovviamente di diffondere eventuali derivati con la stessa licenza.

Buona lettura e aspetto i vostri commenti!

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TESTO INTERVENTO


ArcheoFOSS 2009: le impressioni

Mercoledì 29 Aprile 2009

Si è chiusa ieri sera, verso le sette, la due giorni romana dedicata alle applicazioni della filosofia Open Source al mondo dell’archeologia. Inutile dire che sono molto soddisfatto e i motivi sono tanti. Eccone alcuni:

  1. Un convegno giovane. In Italia si sa che nella maggior parte dei casila parola convegno evoca subito immagini di canuti tromboni e di sproloqui verbosi e interminabili (mi annoio già a scriverlo). Il convegno di Roma ha registrato una massiccia partecipazione di under-40, con una percentuale approssimativa del 70% dei presenti. Allora esiste una archeologia giovane, dinamica, che non teme di provare, sperimentare e innovare! Se ce ne fosse stato bisogno l’appuntamento romano ha dimostrato ancora una volta di sì.
  2. Open Source = qualità. Non si tratta più ormai di low-cost. E’ quasi incredibile, almeno per un neofita come me, quante e quanto valide ormai possano essere le alternative disponibili ai software commerciali. Io personalmente ho deciso di scaricare e cominciare ad apprendere QuantumGIS, un GIS che sembra semplice ma comunque efficace, almeno per iniziare, e da lì passerò a GRASS, una specie di gis delle meraviglie che non teme assolutamente confronti con prodotti commerciali come ArcView e simili.  Una delle cose interessanti di questo convegno è vedere come ormai tutte le operazioni legate all’archeologia siano perfettamente possibili con l’uso di software OS, con almeno un programma (spesso molti di più) a competere con la classica soluzione commerciale.
  3. WYSIWYG. What you see is what you get, ovvero vedere prima in azione ciò che si può ottenere dall’OS. Un bel punto di forza di questo convegno è stata la sessione di dimostrazioni dal vivo  (chiamata Open Lab). Io per esempio ho trovato di estremo interesse per la mia ricerca di dottorato la demo delle potenzialità del software di analisi statistica dei dati R. Un po’ ostico all’inizio per la mancanza di una interfaccia grafica user friendly e per la necessaria familiarità con la linea di comando (che però ha già chiunque si sia già accostato a Linux), il programma mostra poi i muscoli creando le più comuni analisi (media, mediana, deviazione standard, ecc.) con un semplice comando e partendo dalla semplice importazione di un file di Excel (o Calc) salvato in formato CSV. Una particolarità: grafici ottimi completamente automatizzati e pronti per la pubblicazione. Pregusto già quello che ci farò.

Insomma, come vedete, la soddisfazione è piena. Ma si può sempre migliorare e allora ecco un piccolo suggerimento: un dibattito acceso vale almeno quanto un paio di relazioni. Quindi più spazio al dibattito ma soprattutto perchè ci sia un dibattito vero ci vuole qualcuno che rappresenti posizioni diverse dalle nostre. E non per poterlo accusare o crocifiggere in pubblica piazza, bensì perché il dibattito sia realmente qualcosa di utile.  D’altronde, come sosteneva Popper, nel confronto l’obiettivo è non tanto quello di convincere l’altro quanto piuttosto quello di affinare le nostre idee mettendole continuamente alla prova.


Archeo-FOSS 2009

Venerdì 10 Aprile 2009

Informo tutti i lettori che il 27 e il 28 aprile, a Roma, presso la sede del CNR in Piazzale Aldo Moro, si terrà il IV Workshop su “Open Souce, Free Software e Open Formats nei processi di ricerca archeologica”. Tutti gli interessati sono invitati a partecipare. Per maggiori informazioni e programma cliccate sul logo qui sopra.

Fra le relazioni anche una mia short presentation dal titolo Pubblico ma non pubblico: prospettive normative sulla proprietà intellettuale dei dati archeologici.

Auguri a tutti di buona Pasqua

Καλό Πάσχα σε όλους


Una libbra di carne

Venerdì 27 Febbraio 2009

Una libbra di carne, forse un po’ meno, è il tassello mancante.

Apprendiamo oggi dall’Agenzia Giornalistica Italiana, la quale rilancia una notizia pubblicata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che l’approfondita analisi storico artistica che dovrebbe risolvere il dilemma sulla paternità del Satiro di Mazara è adesso giunta ad una svolta.

Aber gerade ein Detail, nämlich die Formung des männlichen Gliedes, die bei diesem Meister besonders charakteristisch ist, spricht dafür, dass wir es wirklich mit dem hochberühmten Satyr des Praxiteles zu tun haben.

Ebbene sì, Bernad Andreae non ha dubbi: le caratteristiche morfologiche del membro del Satiro rimandano indubbiamente all’arte di Prassitele.

Dopo questa sconcertante notizia è ovvio che ci sarà una nuova ondata di interesse -scientifico- per il capolavoro della bronzistica greca, soprattutto da parte del grande pubblico ormai deluso nelle sue speranze di catturare qualche fotogramma pruriginoso dalle riprese del Grande Fratello.

E chissà che non sia anche una ragione in più per riportare all’attenzione della cittadinanza anche i Bronzi di Riace, che languono in quel povero museo reggino, senza nessuno che gli vada a contare i centimetri.

Se la grande divulgazione è questa, mi volete spiegare perché mai qualcuno dovrebbe finanziare la ricerca di una truppa di tromboni che fanno discorsi del ca….volo?


Facce di bronzo e bronzi di facciata

Domenica 15 Febbraio 2009

Ogni tanto, in questo nostro paese pieno di cultura, si parla davvero di Beni Culturali. Ma la polemica di questi giorni, più che i toni del dibattito accademico su contenuti scientificamente sostenuti, ha i caratteri della gazzarra di partito su qualcosa che -se considerata da un punto di vista esclusivamente culturale- non dovrebbe neanche essere in discussione.  Ovvero che c’è una grande differenza tra un bene culturale e un oggetto di arredamento.

Certo nessuno nega che un candelabro del Cinquecento possa essere un bene culturale. Nego con forza invece che un bene culturale come la coppia dei Brondi di Riace possa divenire oggetto di arredamento per un summit internazionale (vedi qui e qui).  Non voglio entrare nella annosa questione dell’esistenza o meno di capacità di giudizio del Presidente del Consiglio, che è stato ormai paragonato a qualunque cosa dagli imperatori romani ai satrapi orientali, da Saddam Hussein a Mussolini. Il problema non è qui se lui dica o meno scemenze. Il problema grave e che c’è gente di una certa cultura che gli va pure dietro senza porsi minimamente il problema dei contenuti e basandosi invece sulle affiliazioni politiche.

Il primo riferimento è al Ministro dei Beni Culturali, On. Massimo Boldi, ops..!, volevo dire Sandro Bondi. Il ministro è la prima persona che si sarebbe dovuta metter di traverso ad un progetto del genere, magari liquidandolo scherzosamente come una boutade del premier (tanto ci siamo abituati).  E invece, puntando sul fatto che sono beni più che sulle loro caratteristiche culturali, ministro, sottosegretario e compagnia cantante prendono anche in considerazione l’idea e discutono amabilmente.

Dall’altro lato non mi piace nemmeno lo spirito della dichiarazione del segretario della CGIL di Reggio, Francesco Alì, che nel ripetere che “i nostri tesori non vanno da nessuna parte” mi ricorda tanto il noto personaggio della saga del Signore degli Anelli che avidamente contempla il suo tesssssssoooro. Postilla: ma poi che c’entra la CGIL? Boh.

Si badi bene: tutti i tecnici dicono di no, per problemi di fragilità, di microclima, di rischi vari. Ma io qui pongo un’altro quesito, che è quello solito dei nostri tempi (dalla bioetica alla politica, dall’industria ai beni culturali). Anche ammesso che una cosa si possa tecnicamente fare, è ipso facto anche lecito farla?

Parere favorevole dal Sindaco di Salemi e storico dell’arte Vittorio Sgarbi che dice che “Fragili sono le teste di coloro che dicono che sono fragili”.  Il movente questa volta è il turismo. Per il critico il fatto che otto capi di stato con signore/i vedranno i Bronzi alla Maddalena, a casa del premier, farà aumentare il turismo in Calabria. Così, magicamente. Ovviamente lui la vede così pensando da storico dell’arte, per il quale un oggetto o è bello oppure non lo è, e tutto il resto non conta per il semplice fatto che non c’è alcun resto. Inutile parlare di contesto, inutile parlare del fatto che forse vedere i bronzi all’interno del Museo Nazionale di Reggio Calabria potrebbe favorirne una migliore comprensione.

Il problema è tutto qui, nel valore iconico di un oggetto d’arte, indipendentemente dal suo significato, dai valori che rappresentava, dal suo valore di mezzo per un messaggio tra parti di una intera società. Ma tutto questo non ha importanza, è sovrastruttura, paccottiglia accademica che odora di polvere stantia. Certo viene da chiedersi perché allora i francesi non facciano fare il giro del mondo alla Gioconda che, ammettiamolo, come valore di icona ne ha anche di più dei nostri due bronzi.

Dichiariamolo ufficialmente: l’ottica è tutt’altro che culturale, quando di un oggetto si consideri solo il valore estetico. Quindi ora la domanda è: può la sola “forza del bello” dei due marcantoni bronzei essere considerata motivo sufficiente per il loro svilimento a oggetti di arredamento di un set televisivo-pubblicitario? La mia risposta è, ovviamente, no.

La motivazione più nobile che viene proposta per lo spostamento è quella della valorizzazione e della promozione. Ma allora mi vuole spiegare qualcuno perché in Sardegna si valorizzano dei reperti greci, che nulla hanno a che vedere con quel territorio, e non invece i beni culturali di quella regione? Forse che la Sardegna non ha beni culturali? O forse siamo ancora prigionieri di una idea preconcetta e antiquata secondo la quale esistono “beni culturali di serie A” e “beni culturali di serie B”? Avrei avuto meno da ridire se Berlusconi avesse cercato di valorizzare reperti sardi nel G8 in Sardegna, oppure se avesse organizzato il G8 a Reggio Calabria se tanto ci teneva a valorizzare i Bronzi.


Scienziati d’ufficio

Lunedì 19 Gennaio 2009

Continuiamo ad addentrarci nei meandri e paradossi creati quando diritto ed archeologia si incontrano.

Parlando con qualche collega di scavi, soprintendenze e pubblicazioni, ci siamo soffermati un momento sulla cosiddetta “riserva di pubblicazione”, una particolare clausola che viene spesso (non sempre) inserita nei contratti tra un archeologo “freelance” e il suo datore di lavoro su esplicita richiesta di, o direttamente, dalla Soprintendenza.

La clausola incriminata fa più o meno così: “E’ fatto assoluto divieto di pubblicare i risultati dello scavo oggetto del contratto senza la esplicita autorizzazione scritta della Soprintendenza”.  Su cosa si basa questa pretesa del committente? Non su articoli di legge che verrebbero altrimenti prontamente snocciolati tra opportune parentesi, bensì su un costume -diremmo meglio un malcostume- consolidato in virtù del quale all’ispettore di zona responsabile spettano tutti i diritti e i meriti (scientifici e curriculari) degli scavi svolti sotto la sua responsabilità amministrativa, per tutta la durata del suo ufficio e anche oltre. E’ ovvio che questa prassi sia l’esatto contrario di concetti quali pubblico interesse, fruizione, libertà di ricerca e via discorrendo. Ovvio inoltre che qualunque archeologo avesse l’ardire di violare il divieto non solo dovrebbe imbarcarsi in una causa con la P.A., cosa invero sconsigliabilissima, ma vedrebbe di colpo azzerate tutte le sue speranze di “collaborazione esterna” con la Soprintendenza interessata e con tutta la rete di Soprintendenze amiche. Vita natural durante.

Una delle cause di questa situazione è costituita secondo me dall’innaturale cumulo di responsabilità scientifiche e amministrative nelle mani dei singoli funzionari delle soprintendenze. Essi infatti, sia che si trovino ad essere menti votate alla ricerca sia che invece non abbiano per essa alcun interesse e siano magari rivestiti di quelle responsabilità per i più vari motivi, si trovano loro malgrado ad essere degli scienziati d’ufficio, detentori del diritto/dovere (anche se spesso sentono più il primo che il secondo) di pubblicare scientificamente i risultati delle ricerche frettolose e non programmate compiute sul territorio loro assegnato.

Il risultato è più che prevedibile: la stragrande maggiornaza dei dati prodotti durante la loro reggenza finisce inedita in una serie di faldoni polverosi stipati in umidi scantinati, salvo che il funzionario responsabile non nutra un sano interesse scientifico per questa o quella località o scoperta e non voglia quindi impreziosire il proprio curriculum con un articolo, spesso più che tardivo, sugli ormai meno che recenti ritrovamenti nella zona.

E i dati scientifici che non superano la selezione dei gusti del funzionario preposto che fine fanno? Inaccessibili attendono il loro destino fatto di morsi di tarme, scolorimenti, macchie d’umido, viraggio cromatico nel caso delle foto. E fino a quando? Indefinitamente, almeno fino a che qualche pietosa amministrazione non decida di sobbarcarsi le spese del versamento degli archivi che abbiano superato i quarant’anni nella disponibilità del locale Archivio di Stato (ai sensi dell’art. 16, c. 2, l. “a” n. 2 del Dpr. 441/2000 e succesive modificazioni). Chissà che in qualche archivio non ci sia ancora qualcosa di inedito, e integro, da studiare e pubblicare…. tanto i dati scientifici sono come il vino buono, più invecchiano e migliori diventano. O no?

Il tutto nel più rigoroso rispetto dell’interesse pubblico e nella più scrupolosa osservanza del dettato costituzionale (artt. 9 e 33)!!


“Strato di diritto”

Mercoledì 7 Gennaio 2009

Il post “La stratigrafia è un bene culturale?” sebbene possa chiudersi con una risposta sostanzialmente negativa, nondimeno ha sollevato un ampio dibattito, i cui frutti sarà bene analizzare in dettaglio. E’ per questo che apro questo nuovo capitolo, come spin-off del precedente.
Per quel che pare a me (e non sono un giurista, com’è noto) Bretella notava giustamente che la mancanza di una res tangibile alla quale affibbiare dei diritti ostacola irrimediabilmente il percorso di tutela della stratigrafia “pura”, ovvero indipendentemente dagli oggetti culturalmente significativi (e quindi tutelati) che essa custodisce. Penso che forse facciano meglio le zone di cultura anglosassone quando parlano più estensivamente di cultural heritage piuttosto che di “beni e attività culturali”.  Sarebbe tutto più semplice.

Spostando allora il discorso sul campo della tutela del diritto d’autore e della proprietà intellettuale, quali sono esattamente i presupposti giuridici per attribuire dei diritti a qualcuno (persona fisica, ente o collettività) sulla lettura stratigrafica, o meglio sui risultati di questa operazione di lettura? Essa viene in effetti normata dal ministero nelle sue modalità. Ma che dire della proprietà e dei diritti di utilizzazione?

Bisogna tutelare maggiormente l’archeologo stratigrafo che legge e interpreta un dato di natura, come si farebbe con l’autore di un documentario sui leoni? Certo l’interpretazione della stratigrafia, operazione che avviene nel momento stesso in cui la si scava tanto da indirizzare le scelte successive sul cantiere, è opera esclusiva dell’ingegno dello scavatore o del direttore scientifico dello scavo. Essa dipende dalla sua sensibilità e dalla sua specifica competenza garantita dalla sua formazione e dall’esperienza che ha maturato. La sua lettura in fin dei conti è unica e irripetibile, quasi come una piccola opera d’arte. Tralasciamo poi il caso, nenanche tanto raro, in cui l’interpretazione di uno scavo finisce con l’essere una ricostruzione di pura fantasia!! C’entrerà pure il diritto d’autore…

Oppure si dovrebbe considerare il diritto della collettività che paga l’operazione di lettura e che quindi dovrebbe usufruire dei risultati nel modo più ampio, rapido e trasparente possibile (leggasi “dati nel pubblico dominio con divulgazione su internet in tempi ragionevolmente brevi”)?

La documentazione dello scavo, redatta da pubblici dipendenti (almeno temporanei) e seguendo pubbliche direttive sembrerebbe avere i connotati di una serie di atti amministrativi… o no? E se sì, in che misura varrebbero le norme sulla trasparenza e l’accesso agli atti amministrativi? Magari ho il diritto di andare a vedere le schede US dello scavo inedito dell’archeologo Tal dei tali…

Nuovi inquietanti scenari si aprono…


Lettere morte

Venerdì 24 Ottobre 2008

E’ sotto gli occhi di tutti la gravità della sistuazione del sistema educativo pubblico italiano. Come credo anche sia sotto gli occhi di tutti il fatto che in questi giorni, una volta tanto, molta gente comune stia avendo uno scatto d’orgoglio e voglia manifestare pubblicamente la propria contrarietà alla linea politica abbracciata dal governo su questi argomenti. Fatto ancora più importante, forse più dei precedenti, la protesta è bipartisan nonostante le poco realistiche e comunque irrilevanti osservazioni del ministro Gelmini al riguardo. Da un lato ci sono gli statalisti di sempre, è giusto così e nessuna meraviglia. Ma dall’altro lato, sempre più numerosi, ci sono anche gruppi ascrivibili tra i sostenitori di questo governo, che su questi provvedimenti mettono criticamente in discussione il loro appoggio. Io sicuramente appartengo più a questo secondo schieramento.

Io mi occupo di un campo del sapere di quelli non facilmente monetizzabili, di quelli che tentano di rispondere a domande profonde dell’essere umano, domande che travalicano gli elemntari bisogni della vita quotidiana. Tutto questo al momento è in pericolo.

Il procedimento è semplice. La diminuzione dei fondi pubblici che finanziano oggi a malapena il funzionamento ordinario delle università costringerà queste ultime in un percorso obbligato: per prima cosa tagliare le spese, diminuendo anno dopo anno la varietà dell’offerta formativa, a cominciare da quei corsi che non hanno un immediato aggancio con le realtà produttive e legami con gli ordini professionali dominanti; in seguito la trasformazione, prevista dalla legge 133/08, delle università in fondazioni finanziabili con capitale privato con la conseguente immissione di ulteriori schemi aziendalistici nel processo di formazione delle scelte amministrative e finanziarie delle università.

Conclusione prevedibile: le facoltà di lettere saranno destinate alla sparizione o comunque ad un insostenibile e intollerabile ridimensionamento. Già, perchè come si sa ormai fin troppo bene in Italia, la cultura umanistica è un lusso e niente di più. Le università che nacquero proprio per insegnare le arti liberali, saranno radicalmente sconvolte trasformandosi in luogo di insegnamento di sole arti meccaniche. “Gia la gente non riesce ad arrivare a fine mese…” mi sento dire talvolta. L’ultimo rapporto OCSE “Education at a glance” pone la spesa italiana in ricerca e sviluppo, pari allo 0,9% del PIL al penultimo posto, seguita solo -e non di molto- dalla Slovacchia! A guardare la situazione dall’esterno sembra di parlare di chissà quale stato sottosviluppato (in via di sviluppo sarebbe già qualcosa). E pensare che da noi le università sono nate. E pensare che ogni anno popoliamo di cervelli italiani le università delle nazioni più sviluppate e impegante nella ricerca.


Ma… e in Europa?

Sabato 13 Settembre 2008

Cercando notizie sulle condizioni degli archeologi nelle varie parti d’Europa mi sono imbattuto in un programma europeo, finanziato con fondi Leonardo II, chiamatoDiscovering the Archaeologists of Europe, realizzato dall’inglese Institute of Field Archaeology con la collaborazione della European Association of Archaeologists.

Inutile dire che l’Italia è assolutamente assente dal programma, dalle sue rilevazioni e dall’associazionismo in ambito europeo. Le nazioni partecipanti sono: Austria, Belgio, Cipro, Germania, Grecia, Irlanda, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.

Scopo del progetto è stabilire le caratteristiche necessarie per una futura mobilità europea dell’archeologo, stabilendo chi sia l’archeologo nei vari stati partecipanti. I parametri presi in esame al momento sono: numero di archeologi, sesso ed età, qualifiche e competenze, nazionalità, titoli professionali e ruoli, profili retributivi.

Sebbene il risultato finale del survey sarà disponibile solo dopo il congresso annuale dell’EAA, che si terrà a Malta dal 16 al 21 settembre 2008, sono comunque già disponibili in rete (su questo sito) alcuni posters con una summa dei risultati preliminari.

Una per tutte, riporto un’affermazione interessante dei curatori dei poster: “Put crudely, where there is private sector archaeology, there tends to be more jobs (and many more opportunities to move from country to country); where archaeological practice is heavily state-based, there are less jobs but these are better paid.“, ovvero il settore privato garantisce una maggiore spendibilità del proprio profilo professionale. Guarda un po’ che novità.