Come succede periodicamente, anno dopo anno ormai, ecco che anche la recente proposta di manovra finanziaria attenta alla sopravvivenza di quelli che ormai sono definiti “enti inutili”. Sicuramente è da auspicare che il governo voglia risparmiare qualche milione di euro per reinvestirlo (si spera) in servizi di pubblica utilità. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: sono davvero inutili tutti questi enti inutili?”. E’ probabile -per carità- che molti lo siano, ma vedo anche il rischio che nel tirare il tappo si butti via il bambino con tutta l’acqua sporca.
Facciamo qualche caso concreto. Sul Corriere della Sera dell’8 giugno scorso (riportato qui) si presenta il caso della Scuola Archeologica Italiana di Atene, un pezzo di storia della cultura archeologica italiana che rischia di chiudere i battenti proprio allo scadere dei suoi cento anni di vita. Negli ultimi tempi la SAIA viene via via strangolata decurtando anno dopo anno i suoi fondi di circa il venti per cento rispetto all’anno precedente, sperando forse che muoia da sé di inedia e per la forzata inazione, nell’attesa che qualcuno le firmi un bel colpo alla nuca. Dal 2001 al 2008 i fondi stanziato sono passati da ca. 1,1 mln di € a soli 640 mila. Briciole che non coprono ormai più neanche le spese fisse di personale e utenze, figurarsi la ricerca (fonte: Eureka, giu-lug 2008, pag. 3).E tutto ciò nonostante l’apprezzamento per il lavoro scientifico che la Scuola porta avanti da un secolo, e l’ammirazione che riscuotiamo per il fatto di ottenere risultati di eccellenza con mezzi pressoché di fortuna.
Ma in fondo…cos’è la SAIA? E’ solo un centro di coordinamento per le missioni scientifiche in territorio greco di dodici università italiane. E’ solo una scuola di specializzazione triennale che forma archeologi che tengono viva la ricerca e la conservazione del nostro patrimonio culturale. Dodici dipendenti, quindici studenti l’anno….chi se ne accorge se stacchi la spina? Quanti voti muove la SAIA? Un centinaio? Forse qualcuno in più? Il problema è tutto lì. Fai pochi scontenti da un lato ma dall’altro puoi dire di aver chiuso l’”ente inutile”. Applausi a scena aperta.
Non che questo sia l’unico caso, altro che. Giorni fa a lanciare il grido di dolore era la Missione Italiana in Antartide. Oggi mi è arrivata notizia dell’appello contro la chiusura dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente. E tutto si inscrive perfettamente nella povertà assoluta di idee al riguardo da parte della classe politica italiana (ricordate i programmi elettorali? li avevo confrontati qui). Tutto si inscrive perfettamente anche nella assoluta mancanza di considerazione dei nostri concittadini tutti. Chiedete in giro: chi è l’archeologo? cosa fa? Vista l’ignoranza generale in materia mi sembra anche logico che il cittadino medio non voglia pagare un soldo per quelli che considera specie di Indiana Jones (quante volte me lo sentirò dire ancora?) che vanno a zonzo per il mondo a cercare tesori e aprire tombe, popolare biblioteche e riempire musei che poi visitano solo loro.
Dov’è il ruolo sociale dello studioso di scienze umanistiche? Certo è che se studi il cancro o la fusione fredda tutti sono disposti a riconoscerti una certa rispettabilità (magari soldi non te ne danno lo stesso, ma è già qualcosa). Se invece studi Tucidide o la stele di Caminia sei un appassionato, uno che coltiva un hobby bellissimo, che tutti avrebbero voluto coltivare ma purtroppo dovevano trovarsi un lavoro serio. Così è, quindi cosa aspettarsi?







Venerdì 27 Giugno 2008 alle 15:06
Sante parole!
Martedì 8 Luglio 2008 alle 14:54
In questi giorni, sui principali mezzi di comunicazione, molti intellettuali si sono espressi contro la paventata chiusura dell’ISIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) e della SAIA (Scuola Archeologica Italiana di Atene). A questo proposito, vorrei mettere l’accento su un punto che ritengo importante. Il fatto che alcuni gloriosi istituti culturali italiani rischino di scomparire per mancanza di fondi non è solo indice di scarsa sensibilità culturale da parte dei nostri governanti, ma anche prova del ruolo sociale inesistente esercitato attualmente da tali istituti. Un tempo, infatti, l’ISIAO o la SAIA avevano il compito di offrire ai giovani studiosi la possibilità di compiere esperienze fondamentali per la loro formazione, con la certezza di una futura collocazione accademica. Oggi questi stessi istituti sembrano invece porsi l’unico scopo di venire incontro alle esigenze professionali (ed economiche) dei loro membri dirigenti piuttosto che quello di formare nuove leve nel campo degli studi umanistici. Non si può continuare a sperperare denaro pubblico senza affrontare il problema degli sbocchi professionali dei giovani che escono dalla SAIA o dai prestigiosi corsi di lingue e culture orientali dell’ISIAO. Oggi, in effetti, l’unica possibilità di trovare una degna collocazione nel mondo del lavoro che resti a questi giovani è unicamente quella di ingrossare le fila dei ‘cervelli’ in fuga dal nostro povero Paese. Ovviamente, la chiusura non è una soluzione, ma io credo che si debba partire da una critica radicale della gestione di questi istituti nei decenni passati e dalla loro ricostruzione su nuove basi, affidandone la guida a studiosi giovani e motivati (come peraltro accadeva in passato e come accade all’estero nella maggior parte delle istituzioni culturali).
Al tempo stesso, propongo una moratoria alla proliferazione di nuove scuole di alta formazione (come ad esempio il discusso Istituto Italiano di Scienze Umane) che non affrontino, anche nel loro statuto, il tema fondamentale del ‘che fare’ di coloro che sono stati formati.
Con i più cordiali saluti,
Marco Di Branco
Docente di storia bizantina, Università di Roma “La Sapienza”
ex-allievo SAIA
ex-allievo ISIAO
ex-allievo SUM
Mercoledì 9 Luglio 2008 alle 11:00
Chiar.mo Prof. Di Branco,
grazie di aver lasciato in questa sede il suo contributo, le cui parole e ancora di più lo spirito condivido appieno. Torni ancora a trovarmi quando vuole.
Mario Trabucco
Venerdì 11 Luglio 2008 alle 17:38
Ho apprezzato molto le parole che ha scritto. Sono uno studente di archeologia ormai prossimo alla laurea e per me la SAIA ha sempre rappresentato un modello di istituzione e di cultura di livello europeo, non tanto e non solo per la ricerca che ha prodotto, ma sopratutto per la sua natura intrinseca. Sul nostro territorio abbiamo scuole archeologiche inglesi, francesi, tedesche, americane. Questa presenza ha rappresentato per gli altri paesi un motivo di orgoglio culturale a cui tutte le sedi di cultura (ministeri, università etc.) di questi paesi fanno riferimento. Proprio perché la cultura rappresenta un valore che accresce e da accrescere, spero di essermi spiegato.
Purtroppo le parole del Prof. Di Branco fotografano appieno la realtà in cui ci troviamo.
Da parte di alcuni di noi studenti la SAIA viene vista sì come un’istituzione importante ma “inutile”. Mi spiego: davanti alla difficoltà oggettiva per entrare( poi magari Mario mi smentisci completamente, io sto solo esponendo le mie impressioni) non c’è una probabilità di sbocco professionale adeguata.
Io personalmente la penso in maniera diversa e credo che si possa intuire il mio profondo rispetto per questa istituzione.
Due righe personali per Mario: studio archeologia specialistica a milano, sono siciliano anch’io e vorrei specializzarmi in archeologia greca..ho trovato il blog perfetto!!:D a presto!
Venerdì 11 Luglio 2008 alle 18:01
Caro Marco,
purtroppo per tutti, le probabilità di sbocco degli studenti specializzati alla SAIA sono esattamente le stesse di tutti gli altri. Mi sa che -se mai ci sono stati- sono ormai finiti i tempi in cui il nome della scuola da cui provieni ti apre le porte. Come sappiamo tutti fin troppo bene, il metodo di reclutamento è ben diverso… Io, da specializzando SAIA, proverò a fare ben quattro concorsi di dottorato per trovare qualcuno che mi finanzi i prossimi tre anni di studio, e questo proprio perché non importa che io abbia scritto SAIA sul curriculum.
Quanto all’accesso: beh, certo devi fare due temi per entrare, e farli bene; però ne vale la pena! E non tanto per le lezioni… tanto i prof. sono italiani. Ma se davvero vuoi specializzarti in archeologia greca…. è inutile che ti spieghi il valore dell’autopsia!
In bocca al lupo,
Mario
Martedì 29 Luglio 2008 alle 12:08
Il prof.Di Branco ha scritto una verità scomoda.
Lavorando presso l’Università Orientale di Napoli conosco abbastanza la Saia ( l’Isiao è di casa, ed Emanuele Greco, direttore della Saia era nostro docente ) …anche io condivido le ragioni di un ripensamento del ruolo di questi Istituti. Nel libro di G.Bandini sulla Saia delle donne (Lettere dall’Egeo, Giunti ed.,2003 )c’era una parte dedicata all’istituzione politica dalla Saia all’atto della sua fondazione, relativo al ritardo delle ricerche che in quegli anni erano il motore culturale di altre super-potenze dell’epoca. Ora, le cose sono molto mutate, ma di fatto è ovvio immaginare uno svuotamento della questione delle missioni archeologiche all’estero in un momento storico come il nostro. Vorrei solo ricordare che a fronte di missioni per la gloria di direttori e caste, cattedre gloriose vengono perse per mancanza di turn over ( L’Orientale perde colpi ogni anno) e fini docenti emigrano dopo contratti a termine umilianti ( cattedre tipo ‘Archeologia Buddista’, la prof. è in America, e noi abbiamo perduto una brillante studiosa); e non è una questione locale.Al centro l’inutilità della formazione avulsa dalla realtà sociale.
Prof. Di Branco,
grazie per non aver perduto l’intelligenza dopo aver acquisito una cattedra.
rdp