Perché non piango se i Verdi non sono in Parlamento

Mercoledì 30 Aprile 2008

Sul Corriere della Sera leggo l’ennesima denuncia, ad opera del brillante duo Stella&Rizzo, del disastro organizzativo della situazione energetica nazionale.

Di contro alle consuete riflessioni, anche di sinistra, sulla possibilità di tornare al nucleare, vengono citate le solite dichiarazioni del solito Pecoraro Scanio che dice: no, no e ancora no! E perchè no? Perchè “le dimensioni del rischio nucleare sono inaccettabili e immorali”. Esaminiamo un momento la replica dell’ex-ministro dell’ambiente.

Immorali. La metto per prima perché è anche la più facile. Da quando in qua la politica ha il compito di decidere in materia di questioni morali? Ho sempre pensato che la cosa spettasse alla filosofia, alla teologia. Mi aspetto sicuramente che la CEI o il Papa facciano appelli alla morale, o tentino di stabilire cosa è morale e cosa non lo è. Non mi aspetto certo che Pecoraro Scanio, a meno di essere sacerdote di qualche nuova religione (ma in fondo cos’è l’ecologismo?), si metta a discutere di morale. Proprio lui poi… bah. Perchè se in Italia i primi parlano di morale si urla all’ingerenza e quando a farlo sono invece i Verdi questo non succede?

Inaccettabili. Inaccettabili da che punto di vista? Politico forse? Forse per i Verdi è molto più accettabile dipendere per l’87% del nostro consumo energetico da fonti alloctone (12% energia elettrica importata + 75% energia elettrica prodotta in Italia con materie prime importate). Penso che il caso dell’Ucraina dovrebbe insegnare qualcosa in più sull’importanza politica dell’indipendenza energetica.

Ah no, aspettate! Forse intendeva dire inaccettabile dal punto di vista economico! Certo, è invece accettabile un costo di produzione dell’energia elettrica pari al 160% della media europea (il doppio della Francia, che -guarda caso- usa 59 centrali atomiche). Uhmmm… no, neanche questo.

Allora dal punto di vista ambientale? Questo sì? No invece, perché “non dobbiamo installare torri gigantesche proprio sulle rotte degli uccelli migratori, che vengono sterminati dalle pale”!

Insomma, come vedete, il motto dei Verdi è uno solo: immobilismo e regresso. L’unico sviluppo sostenibile è quello all’indietro. Il tutto in vista di un ritorno ad un paradiso terrestre incontaminato nel quale i bambini (e Pecoraro Scanio) possano correre e giocare liberi e felici. Ma il paradiso, caro ex-ministro, si sa che non è di questa terra!


Totoministri e Beni Culturali

Giovedì 17 Aprile 2008

quale ministro per i beni culturali?

Archiviate le allegrie post-elettorali, adesso si comincia a rimboccarsi le maniche per formare il nuovo governo e qualche nodo comincia a prendere la sua strada verso gli stretti denti del pettine: “ti do tre ministri”, “no ne voglio quattro” e via discorrendo…

Uno dei dicasteri che tengo sotto osservazione è quello per i Beni e le Attività Culturali (MBAC). Si è parlato di porre a capo del MBAC personaggi come Sandro Bondi o Paolo Bonaiuti ed è questo che voglio qui commentare.

Quanto a Bonaiuti proprio non capisco perché venga fatto il suo nome. Forse sono io a non sapere qualcosa di rilevante sul suo conto che lo colleghi ai beni culturali, ma non mi sembra. Si è sempre occupato di diritto internazionale e di economia, ha pubblicato inchieste giornalistiche di livello su temi legati all’Europa e alla politica internazionale per il Giorno e il Messaggero. Poi la luce nel 1996 con l’adesione a Forza Italia fino all’incarico di portavoce di Berlusconi. Un buon curriculum, non c’è che dire. Ma cosa lo collega ai beni culturali?

Passiamo a Sandro Bondi e qui le cose peggiorano. Laureato in filosofia (almeno quello), si è spesso occupato di temi culturali scrivendo anche qualche saggio. Tralasciamo per un momento il fatto che nel 1990 era sindaco comunista (sì, esatto, comunista) di Fivizzano e ora è il coordinatore nazionale di Forza Italia (quanti conversos in questo partito!). Nella sua attività letteraria troviamo una foto-bio-agiografia di Berlusconi nel 2001, inoltre una produzione poetica nella quale spiccano alcuni “fiori” dedicati al Cavaliere ed entourage, per non parlare della sua attività di divulgatore e comunicatore delle idee di Forza Italia e del Silvio-pensiero. Insomma, per come la vedo io, rischiamo di trasformare il Ministero per i Beni Culturali nel MinCulPop.

Rimpiango i tempi in cui, nel bene o nel male, a occuparsi di beni culturali erano personaggi del calibro di Ronchey (sociologo, saggista e giornalista), Gullotti e Scotti (premiati con la medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte), o docenti universitari come Fisichella e Buttiglione (per quanto contestati). Ovviamente di avere un ministro storico dell’arte e soprintendente come fu Antonio Paolucci credo che non se ne parli neanche…


Largo ai giovani… o quasi!

Giovedì 17 Aprile 2008

Leggo con piacere qui che “almeno un parlamentare su quattro della XVI legislatura sarà alla sua prima esperienza”. La prima cosa che mi viene da dire è: finalmente!

A pensarci un po’ su questo è stato sicuramente il miglior risultato (forse l’unico positivo) della vigente legge elettorale. Sì, perché credo poco che il sistema delle preferenze avrebbe potuto portare una tale ventata di rinnovamento in quella sorta di catacombe che sono i nostri palazzi governativi. Certo c’è da dire che non tutti questi giovani sono proprio “di primo pelo” se consideriamo per esempio la differenza che c’è tra il gen. Del Vecchio e Pina Picierno, per fare due esempi di “giovani parlamentari” del PD. Ma resta comunque il dato che vedremo un bel po’ di facce nuove, se consideriamo che partiti come la Lega e il PD si sono rinnovati rispettivamente per poco più e poco meno di un terzo dei loro eletti. Un bel risultato in ogni caso. Peccato invece per il Pdl e l’Udc che non le loro percentuali di nuove leve ferme al 18,5% e al 13% sembrano piuttosto confermare un certo attaccamento ai volti noti di sapore tutto democristiano (come dare torto al senatùr?)

Ci vorrebbe una sorta di analisi demografica sui componenti del parlamento, per avere il dato reale sui giovani e meno giovani che ci governeranno. Chissà, magari la vedrete a breve su questi schermi…

Adesso rimane un problema: questi “giovani” (intendo quelli giovani davvero, non i giovani della terza età) parlamentari sapranno farsi valere? sapranno coltivare una certa autonomia di pensiero o diverranno solo “carne da cannone” negli scontri che quotidianamente si tengono a Montecitorio e a Palazzo Madama?

Speriamo bene, le premesse sembrano comunque buone…


I temi chiave (?)

Mercoledì 9 Aprile 2008

Ho letto sul sito del Corriere della Sera che il suo Magazine pubblicherà:

un faccia a faccia indiretto tra i leader su cinque domande chiave (aliquote fiscali, famiglia, tasse su imprese e lavoro, tasse sulla casa, rendite finanziarie)

L’idea mi pare interessante e non nascondo che l’ho anche trovata allettante. Non che io voglia fare il leader politico, per carità. Ma se questi cinque temi sono davvero dei temi-chiave, mi sono detto, allora è importante rifletterci su e vedere un po’ cosa ne penso io! In fin dei conti è pur sempre una traccia per conoscere meglio sé stessi, il proprio orientamento politico, etico, sociale… Ed è anche un buon modo per confrontarsi con i personaggi della politica di adesso, per capire cosa ci unisce a loro e cosa invece ce ne distanzia. E’ infine l’unico sistema per votare, professare e difendere delle idee che non siano solo vuote denominazioni o ideologie preconcette (che ormai hanno fatto il loro tempo), ma delle convinzioni che scaturiscono da un processo critico, profonda affermazione di umanità contro l’animalesco istinto ovino che dilaga tra giovani e meno giovani (di un colore o di un altro, non importa). Comincia la riflessione…

E voi? Che idee avete sui 5 temi chiave?


Ricerca? No grazie! (cap. 1)

Mercoledì 9 Aprile 2008

Facendomi un giro sulla rete, setacciando programmi politici e dichiarazioni pubbliche, questa è l’impressione che ne ricavo.

I partiti in lizza per poter dire una parola autorevole sulle sorti del Paese sono i seguenti: PdL, UDC, Lega, La Destra, MpA da un lato; PD, PS, Sinistra Arcobaleno, IdV dall’altro.

Vediamo una panoramica delle loro posizioni sul tema. Il PdL nel suo programma in sette “missioni” (perchè non “miracoli” già che c’eravamo?), al punto 2 della quarta missione parla genericamente di “difesa [...] delle nostre culture antiche” e al punto 3 (Ambiente!) parla del “recupero, la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”. Probabilmente al PdL non sanno che Beni Culturali e Paesaggio sono cose tanto diverse da essere competenza di due ministeri distinti e separati dal 1987. Di Lisbona e del suo obiettivo di portare la ricerca al 3% del PIL degli stati nazionali nessuna traccia. Ma lo sviluppo non passa per l’innovazione secondo loro?

Passiamo al PD: e le prospettive non sono di molto migliori. Nel programma, si fa un vago accenno alla ratifica degli impegni di Lisbona, quasi en passant, più per dovere di cronaca che per un reale interessamento. Nella sezione dedicata ad università e ricerca (capitolo 7, specialmente punti “f” e “g”)si parla di “una nuova leva di giovani ricercatori”, in numero di 1000, selezionati “da un’agenzia indipendente” (un altro ente inutile, ottimo!). Poi parla degli investimenti in cultura, che per il PD è fondamentalmente quella scientifica finalizzata all’innovazione tecnologica: “robotica, social network, meccatronica, biotech” e “infomobilità, energia sostenibile, beni culturali, aerospazio, e-government, infrastrutture”. Inutile sottolineare come quel “beni culturali” messo lì somigli al giochino del “trova l’intruso” nei test, un vaso di coccio tra i vasi di ferro.

Ma un momento! La cultura c’è, e come no! Sempre al cap. 7, lettera g, punto 4 ecco che ritorna il grande assente dai veltroniani discorsi: il cinema! Per cui istituzione del “Centro nazionale per il cinema e l’audiovisivo” e del “nuovo Fondo di finanziamento per il cinema e l’audiovisivo”. Certo, certo… il cinema è cultura. Ma solo quello lo é?

Al momento vi è una sola differenza notevole, a mio avviso, nel coro di qualunquismi. Si tratta del PS di Boselli il quale, in questa intervista e nel programma, dice chiaramente:

“occorre un aumento straordinario della spesa pubblica e privata per la ricerca, per avvicinarsi all’obiettivo del 3% del Prodotto Interno Lordo fissato dal Trattato di Lisbona”

prendendo sul tema un impegno chiaro e concreto. Non sono un socialista, ma è ovvio che da aspirante a entrare nel mondo della ricerca noto quanta e quale sia la differenza tra una retorica elettorale generalista e un preciso obiettivo programmatico. Resta da vedere poi con quanta insistenza possa il PS portare avanti questa battaglia, considerato che gli ultimi sondaggi non sembrano proprio favorirli (notare l’eufemismo)… ma questi sono problemi loro.

Quello che mi chiedo è: per quale motivo nessuno dei grandi partiti pensa che ratificare e mettere in pratica il Trattato di Lisbona sia un obiettivo politico importante?

Per ora tanto basti, ma la ricerca continua…. stay tuned!


Li comprendo ma non li condivido /2

Martedì 8 Aprile 2008

Ieri mi è stata spedita via mail la presentazione che confronta le politiche economiche di centro destra e centro sinistra, la stessa che è su YouTube e che commentavo qui. Riguardandola mi sono venute in mente altre considerazioni, che volentieri condivido con voi.

i tafli delle tasse proposti dal centrodestra

(fonte: www.lavoce.info)

La politica fiscale delle sinistre è in genere improntata al concetto di proporzionalità dell’imposizione. Ovvero: più guadagni e più devi pagare. Questo con la estrema conseguenza che chi guadagna moltissimo si ritrova un’aliquota stellare, pagando così il fio della sua colpevole ricchezza. Le destre invece, anche se non tutte, tendono a vedere l’imposizione fiscale come un fatto semplicemente volto a garantire il funzionamento dello Stato, a coprirne le spese, corrispondendo una parte del guadagno del contribuente a fronte di servizi pubblici e reinvestendo il resto.
Per meglio rispondermi alla domanda: “è meglio tassare in modo direttamente proporzionale al reddito o in un altro modo? e quale?” faccio qui alcune osservazioni.

Prendiamo un campione di dieci milioni di contribuenti e assumiamo che la maggior parte di essi, diciamo il 70%, goda di un modesto risparmio sulle tasse, diciamo in media di 300 €. Poi ci sono i “ricchi”, la minoranza, diciamo -come dicono loro- il 16,5% del campione, che gode mediamente di un risparmio di 3.000 €. Visto così può sembrare ingiusto: ma come? più guadagni e più risparmi? perchè?

Il perché è chiaro facendosi due conti: la massa dei “poveri” 7 milioni di contribuenti avrà risparmiato 2 miliardi e 100 mila euro, mentre la minoranza avrà risparmiato più del doppio: 4 miliardi e 950 mila euro. Dato che la minoranza è quella che investe, quella dei grossi imprenditori è ovvio quindi tentare di farli risparmiare. Tutti i soldi che essi non versano al fisco sono soldi che vanno ad alimentare gli investimenti, i consumi e quindi il PIL! Se produciamo di più ecco che si varia comunque il rapporto tra deficit e PIL, sia che lo si faccia diminuendo il debito, sia che lo si faccia -meglio- aumentando il prodotto interno lordo.

Un paese con un tasso di crescita forte attira investimenti e beneficia di una diminuzione degli interessi sul suo debito. Con la maggiore crescita del PIL, inoltre, aumenta anche quel famoso Avanzo Primario, parte del quale -adesso sì- può essere destinato a risarcire gradualmente il debito pubblico. Ma questa è la fase due, che non può esistere senza la fase uno.

Non facciamoci ingannare, le cifre vanno comunque interpretate, non sono degli assoluti. Non esiste mai un solo modo di far andare le cose, un modo buono che “qualcuno” conosce e al quale “i cattivi” si oppongono. E’ sempre questione di scelta, e io ho scelto: preferisco dare di più a pochi perché lo facciano fruttare, piuttosto che un piccolo contentino a molti perché mi possano rivotare! Ecco la differenza tra politica economica ed elemosina demagogica!


Lo storico come orco

Lunedì 7 Aprile 2008

E’ da gran tempo che i nostri “maggiori” ce l’han detto: l’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O, più esattamente, gli uomini. Meglio del singolare, modo grammaticale dell’astrazione, ad una scienza conviene il plurale, che è modo della diversità.

Dietro i tratti concreti del paesaggio, dietro gli scritti che sembrano più freddi, dietro le istituzioni in apparenza più distaccate da coloro che le hanno create e le fanno vivere, sono gli uomini che la storia vuole afferrare.

Colui che non si spinge fin qui non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione.

Il bravo storico invece somiglia all’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda.

Marc Bloch, Apologia della storia


Beni culturali e/o Grandi opere?

Lunedì 7 Aprile 2008

Dà da pensare…

“E’ più serio dire che i beni culturali non sono di nessuno, e non sono beni. Sono l’oggetto di una ricerca scientifica. Vi sono discipline che studiano i reperti archeologici e le opere d’arte; fanno parte del sistema globale della scienza moderna; la scienza è la struttura della cultura contemporanea. (…) Solo in quanto i beni culturali si presentano come oggetti di scienza interessano una cultura il cui fondamento è scientifico.

Gli studiosi sono stati accusati di egoismo e di prepotenza: sono una minoranza, si dice, e poichè il patrimonio culturale è di tutti, va gestito secondo gli interessi, o i gusti, dalla maggioranza. Anche gli studiosi di energia dell’elettricità sono una minoranza, ma senza di loro la collettività non potrebbe fruire dell’energia elettrica: la funzione degli studiosi dell’arte è quella di permettere alla collettività la fruizione scientifica delle opere d’arte”.

Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte, 1975

citato in Reggiani, A. M., Patrimonio antico e grandi opere: da rischio a valore aggiunto


Li comprendo, ma non li condivido

Sabato 5 Aprile 2008

E’ davvero interessante, e fa vedere come si possa parlare di politica badando ai fatti concreti. Tuttavia è da sottolineare l’impostazione in po’ faziosa del discorso, volta ad enfatizzare un comportamento meritorio -o presunto tale- del centrosinistra e a denigrare la politica economica del centrodestra. Abbassare le tasse viene visto come un bene assoluto, così come investire l’avanzo primario nell’abbassamento del debito pubblico. Ci sono anche altre vie.

La Danimarca è uno dei paesi europei in cui i cittadini pagano più tasse. Però d’altro canto ricevono più servizi e di qualità maggiore. Ecco allora che se le cose funzionassero, mi contenterei anche io di pagare più tasse. Risponde al principio sacrosanto per il quale più cose vuoi più le paghi, migliori le vuoi e più le paghi.

E veniamo all’avanzo primario. Se io ho un soldino e invece di investirlo nella diminuzione del debito preferisco tenere il debito così com’è (questa è l’unica condizione imprescindibile) e investo invece nella infrastrutturazione del paese? Non è plausibile pensare che il rafforzamento del sistema produttivo spingerà avanti l’economia e le imprese, che a loro volta pagheranno più tasse, promettendomi un avanzo primario maggiore in futuro?

Nella politica bisogna fare delle scelte. Non esistono beni assoluti validi per tutte le parti politiche. I governi di centrosinistra hanno preferito la logica del “meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Quelli di centrodestra invece privilegiano l’idea dell’investimento di un uovo oggi per avere domani una gallina…. e recuperare pure l’uovo. Non sarà che forse la prima politica è un po’ miope?


Sprechi vs FOSS

Sabato 5 Aprile 2008

Ieri ho fatto una delle cose più ingenue che potessi fare: scrivere una mail ad un candidato alle prossime elezioni. L’ho fatto perchè, nonostante tutto, io non voglio farmi fagocitare da quell’antipolitica che divora tutto come il “nulla” de “La Storia Infinita” di M. Ende. Preferisco essere ingenuo, e forse ancora un pizzico idealista.

Una delle cose che ho scritto è che forse il candidato, dal momento che ha in programma di tagliare gli sprechi, dovrebbe volgere la sua attenzione al mondo del FOSS. Già lo hanno fatto l’Assembée Nationale francese, la Camera dei Deputati (con un risparmio previsto di 3,15 mln di €), la Commissione Europea ha promosso uno studio incoraggiante, la provincia di Bolzano risparmia già ca. 1 mln di €, c’è una proposta di legge per la regione Campania, e sembra che anche la Puglia sia orientata in tal senso. A livello nazionale esiste addirittura un apposito organo che si occupa di monitorare il fenomeno, il CNIPA.

Un fenomeno del genere non può essere casuale. Non è ancora sistematico per il semplice fatto che moltissimi di noi, se non tutti, abbiamo imparato ad usare prima il MS-Dos e poi i vari Windows. La diffidenza verso il nuovo è un atteggiamento duro a morire, specie quando si parla di burocrazia… Per fortuna adesso le distro diventano sempre più user friendly, e vanno a rodere mercato ai sistemi chiusi. In Extremadura (Spagna) l’introduzione di sistemi OS ha non solo annullato il digital divide, ma addirittura è stato in incentivo allo sviluppo economico della regione. In Norvegia il Ministro dell’amministrazione e delle riforme, Heidi Grande Roys, ha sottolineato chiaramente l’importanza dello sviluppo di progetti pubblici basati sull’open source.

Vogliamo davvero tagliare gli sprechi della pubblica amministrazione? Bene, esiste un’alternativa a costo minore (non è vero che è gratis, ci sono la migrazione e il training, ma si recuperano e si ammortizzano), decisamente più democratica e che favorisce l’autonomia. Perché rimanere ancorati al vecchio e buttare tutti questi soldi annui di licenze? Boh…