In questa settimana, a partire dalla pubblicazione della sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo sul crocifisso nelle aule, si è assistito ad un fenomeno di isteria generale con fervori più o meno laicisti che si scontravano con altrettanti fervori crociati. Io voglio offrire qui alcune riflessioni cercando di essere il più possibile chiaro e consequenziale.
Anzitutto ritengo indispensabile per tutti riconoscere, sulla scorta di Benedetto Croce, il ruolo fondamentale della cultura cristiana nella formazione dell’identità storica di una nazione come la nostra che volle essere “una d’arme, di lingua e d’altare” (Manzoni). Parliamo di un sostrato senza il quale non sono pensabili Dante o Petrarca, tanto per fare due esempi a caso. Parliamo di un simbolo che, nel bene e nel male, ha mosso la storia d’Europa e d’Italia in particolare, a partire da quella Battaglia di Ponte Milvio combattuta “in hoc signo” nella zona poi nota come Saxa Rubra. Ed è proprio in ossequio a questo ruolo che nel comma 2 dell’articolo 9 degli Accordi di Villa Madama la Repubblica riconosce “il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano assicura” l’insegnamento della religione nelle scuole. E stiamo parlando di una legge dello Stato, di quello stesso Stato che si vuole dichiarare laico a tutti i costi, in una accezione di laicità che si confonde troppo spesso con un anticlericalismo intollerante che non ci appartiene o in un ateismo di fondo che è più adatto ad un paese comunista che ad una democrazia liberale.
Il concordato può piacere o non piacere, ma è comunque una legge dello Stato che si cambia solo a maggioranza, una maggioranza che al momento si riconosce in quel simbolo.
Proprio per questo riconoscimento della maggioranza degli Italiani nessun Ministro dell’Istruzione ha mai voluto cambiare un regolamento che prevede l’esposizione del crocifisso nelle aule fin dal 1857. Gli stessi regolamenti in oggetto peraltro prevedevano anche l’esposizione del ritratto del Re che invece di essere aggiornato con quello del Presidente della Repubblica è stato semplicemente dimenticato. Bisognerebbe ricordarlo al Ministro dell’Istruzione.
Quello che io trovo ridicolo nella sentenza della corte di Strasburgo è non tanto l’appello alla laicità, giusto e legittimo, quanto il sostenere che l’esposizione di un simbolo sia un mezzo di coercizione occulta, cosa questa asserita (par. 57) ma non provata. Come l’introduzione dell’istituto del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano non può essere interpretato come una coercizione dei confronti dei coniugati a divorziare, bensì come una opportunità a disposizione di chi ne voglia usufruire, così la semplice esposizione di un simbolo religioso non può essere interpretata come coercizione a credere in qualcosa. Pertanto trovo assurda l’accusa di violazione dell’art. 2 del protocollo n. 1 e dell’art. 9 della Convenzione.
Trovo parimenti ridicolo che ad un cittadino possa essere riconosciuto il diritto di sentirsi urtato dalla manifestazione di identità altrui, invece di obbligarlo al rispetto tollerante di quella diversità rispetto alle proprie convinzioni, una diversità peraltro riscontrabile nella maggioranza degli altri cittadini. Il fatto che gli atei non abbiano un simbolo non dà loro il diritto di risentirsi per la presenza di altri simboli in luoghi pubblici. Con questa interpretazione arriveranno a chiedere di abbattere le croci dalle torri campanarie delle chiese perché danno loro fastidio guardando il cielo. Quanto debole deve essere una convinzione che può essere messa in pericolo dal guardare il simbolo di una convinzione diversa. Piantino una bella “A” di legno, novello simbolo dell’ateismo universale, accanto al crocifisso e la facciano finita. Io non avrò da ridire.
Allora esponiamo tutti i simboli delle religioni degli alunni della classe? Non avrei nulla da ridire su questo, personalmente lo ritengo una ottima lezione sul pluralismo dei valori. Ma voglio ricordare che, piaccia o non piaccia, lo Stato italiano è certo laico, ma non ateo e che intrattiene con la religione cattolica un legame speciale di cui si fa menzione financo nella Costituzione. E concludo sottolineando che le due cose a mio parere non sono assolutamente in contrasto quando la laicità dello Stato sia intesa nel senso della mancanza di leggi dichiaratamente informate a precetti religiosi. E’ questo il senso di una laicità vissuta nel modo più alto e tollerante, in modo autenticamente liberale, senza concessioni ad un integralismo anticlericale che, privando per legge le aule di qualsivoglia simbolo religioso, finisce comunque col sostenere una precisa convinzione religiosa: un ateismo che farebbe somigliare l’Italia ad un paese stalinista che non è.
Pubblicato da Mario Trabucco
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