In hoc signo litigabis

Lunedì 9 Novembre 2009

In questa settimana, a partire dalla pubblicazione della sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo sul crocifisso nelle aule, si è assistito ad un fenomeno di isteria generale con fervori più o meno laicisti che si scontravano con altrettanti fervori crociati. Io voglio offrire qui alcune riflessioni cercando di essere il più possibile chiaro e consequenziale.

Anzitutto ritengo indispensabile per tutti riconoscere, sulla scorta di Benedetto Croce, il ruolo fondamentale della cultura cristiana nella formazione dell’identità storica di una nazione come la nostra che volle essere “una d’arme, di lingua e d’altare” (Manzoni). Parliamo di un sostrato senza il quale non sono pensabili Dante o Petrarca, tanto per fare due esempi a caso. Parliamo di un simbolo che, nel bene e nel male, ha mosso la storia d’Europa e d’Italia in particolare, a partire da quella Battaglia di Ponte Milvio combattuta “in hoc signo” nella zona poi nota come Saxa Rubra. Ed è proprio in ossequio a questo ruolo che nel comma 2 dell’articolo 9 degli Accordi di Villa Madama la Repubblica riconosce “il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano assicura” l’insegnamento della religione nelle scuole. E stiamo parlando di una legge dello Stato, di quello stesso Stato che si vuole dichiarare laico a tutti i costi, in una accezione di laicità che si confonde troppo spesso con un anticlericalismo intollerante che non ci appartiene o in un ateismo di fondo che è più adatto ad un paese comunista che ad una democrazia liberale.
Il concordato può piacere o non piacere, ma è comunque una legge dello Stato che si cambia solo a maggioranza, una maggioranza che al momento si riconosce in quel simbolo.

Proprio per questo riconoscimento della maggioranza degli Italiani nessun Ministro dell’Istruzione ha mai voluto cambiare un regolamento che prevede l’esposizione del crocifisso nelle aule fin dal 1857. Gli stessi regolamenti in oggetto peraltro prevedevano anche l’esposizione del ritratto del Re che invece di essere aggiornato con quello del Presidente della Repubblica è stato semplicemente dimenticato. Bisognerebbe ricordarlo al Ministro dell’Istruzione.

Quello che io trovo ridicolo nella sentenza della corte di Strasburgo è non tanto l’appello alla laicità, giusto e legittimo, quanto il sostenere che l’esposizione di un simbolo sia un mezzo di coercizione occulta, cosa questa asserita (par. 57) ma non provata. Come l’introduzione dell’istituto del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano non può essere interpretato come una coercizione dei confronti dei coniugati a divorziare, bensì come una opportunità a disposizione di chi ne voglia usufruire, così la semplice esposizione di un simbolo religioso non può essere interpretata come coercizione a credere in qualcosa. Pertanto trovo assurda l’accusa di violazione dell’art. 2 del protocollo n. 1 e dell’art. 9 della Convenzione.

Trovo parimenti ridicolo che ad un cittadino possa essere riconosciuto il diritto di sentirsi urtato dalla manifestazione di identità altrui, invece di obbligarlo al rispetto tollerante di quella diversità rispetto alle proprie convinzioni, una diversità peraltro riscontrabile nella maggioranza degli altri cittadini. Il fatto che gli atei non abbiano un simbolo non dà loro il diritto di risentirsi per la presenza di altri simboli in luoghi pubblici. Con questa interpretazione arriveranno a chiedere di abbattere le croci dalle torri campanarie delle chiese perché danno loro fastidio guardando il cielo. Quanto debole deve essere una convinzione che può essere messa in pericolo dal guardare il simbolo di una convinzione diversa. Piantino una bella “A” di legno, novello simbolo dell’ateismo universale, accanto al crocifisso e la facciano finita. Io non avrò da ridire.

Allora esponiamo tutti i simboli delle religioni degli alunni della classe? Non avrei nulla da ridire su questo, personalmente lo ritengo una ottima lezione sul pluralismo dei valori. Ma voglio ricordare che, piaccia o non piaccia, lo Stato italiano è certo laico, ma non ateo e che intrattiene con la religione cattolica un legame speciale di cui si fa menzione financo nella Costituzione. E concludo sottolineando che le due cose a mio parere non sono assolutamente in contrasto quando la laicità dello Stato sia intesa nel senso della mancanza di leggi dichiaratamente informate a precetti religiosi. E’ questo il senso di una laicità vissuta nel modo più alto e tollerante, in modo autenticamente liberale, senza concessioni ad un integralismo anticlericale che, privando per legge le aule di qualsivoglia simbolo religioso, finisce comunque col sostenere una precisa convinzione religiosa: un ateismo che farebbe somigliare l’Italia ad un paese stalinista che non è.


Il Museo ideologico

Domenica 19 Luglio 2009

ATENE – Ieri sono andato a fare un giro del Nuovo Museo dell’Acropoli. Di seguito vi riporto un breve resoconto corredato dalle mie impressioni.

Il Museo, che ha aperto in pompa magna il 23 giugno, per adesso e fino alla fine dell’anno è accessibile -dalle 8 del mattino alle 8 di sera- pagando un biglietto del costo di solo 1 euro, che dovrebbe salire a 5 dall’anno prossimo (una cifra comunque non spaventosa).

Introduce la visita un breve filmato, ca. 10 minuti, proiettato una volta in inglese e una volta in greco, che presenta ai visitatori il Partenone attraverso la sua storia più che bimillenaria (molto curate le ricostruzioni tridimensionali animate) e analizzandone i principali apparati decorativi.
Già questo approccio è indicativo della prospettiva che il Museo ha deciso di darci: il centro è il Partenone, e il centro del Partenone sono i suoi fregi. E così il grande ottastilo dorico viene presentato come “il punto più alto nell’evoluzione dell’ordine dorico”, una prospettiva winkelmaniana che mi ha francamente sorpreso, nel 2009. Il filmato poi ovviamente si sofferma, volutamente, sul fregio ionico della cella celebrandone la bellezza e la composizione innovativa.
Per quanto riguarda la storia del tempio, tutte le sue tappe sono analizzate e rivissute nelle animazioni del filmato: dai primi cristiani che scalpellano le teste delle metope, alle bombe di Morosini che fanno esplodere il tempio-chiesa-moschea, agli emissari di Lord Elgin che staccano le lastre e imbragano le statue. Stranamente il filmato omette di menzionare la trasformazione della cella del Partenone in deposito delle polveri della guarnigione ottomana, rendendo così poco comprensibile come Morosini abbia fatto tanto danno con qualche granata del XVII secolo. Semplificazione divulgativa?

Dopo essere passati attraverso i tornelli elettronici (Brunetta ha colpito anche qui?), si passa in una grande galleria con una selezione dei reperti rinvenuti durante lo scavo delle fondamenta del museo, visibile dalle aperture a vetri nel pavimento, e dai santuari alle pendici meridionali dell’Acropoli. Peccato che il corredo esplicativo (piante con le fasi, testi, fotografie) sia assolutamente insufficiente, per non dire quasi del tutto assente. Dimenticanza?

Superato lo scenografico scalone, si arriva alla sala della scultura arcaica, un grande magazzino senza un percorso espositivo ben preciso. Punti di forza: le tante opere esposte, in numero maggiore rispetto al vecchio museo sulla rocca, e l’illuminazione diffusa e per niente aggressiva. Punti deboli: la mancanza di un apparato didattico, con le targhette dei pezzi che riportano solo il necessario: nome, datazione e numero di inventario. Neanche fossero prigionieri di guerra, che ti dicono solo nome, reparto e numero di matricola. Le targhette sono bilingui (almeno questo).

Mentre mi aggiro per lo stanzone, non so come chiamarlo altrimenti, si sente un gentilissimo annuncio che invita i signori visitatori a non toccare le opere, a non fotografare (ecco perché non ho messo foto) e a non riprendere.
Guardo in alto istintivamente per vedere da dove provenisse la voce, e mi scopro osservato dagli occhi indagatori di uno dei custodi, vestito da uomo della scorta con tanto di auricolare, che mi punta da un ballatoio sopraelevato, ricavato nella parte alta della spoglia parete di cemento. Ho guardato l’orologio chiedendomi quanto mi restava ancora della mia ora d’aria. Alzo lo sguardo cercando cecchini e filo spinato e poi ricordo: il magazzino…. il museo…

Sali un’altra rampa dello scalone principale e per un momento ti puoi vendicare, puoi diventare un cecchino pure tu, passeggiando per il corridoio sopraelevato che porta solo a bagni (peraltro molto belli) e locali di servizio.

Colonne alte fino al cielo, statue e donari, folla scomposta e disordinata… forse è questa l’impressione che doveva dare l’Acropoli in un giorno di festa di venticinque secoli fa. E il visitatore avvertito capisce che forse è proprio questo il messaggio che ti vuole dare quella sala, magari lo apprezza anche. Ma il comune turista che ne ricava? Confusione, temo.

Sempre allo stesso ammezzato, si fa per dire, troviamo il ristorante. Tutto in pieno stile minimalista, come il resto. E’ un aggregazione di immensi loft questo museo; grandi spazi e divisori bassi. Tovagliette e menu riportano una sezione orizzontale del Partenone, in bianco su grigio, molto “minimal chic”.
E veniamo alla “famosa” terrazza del ristorante, della quale avevamo già parlato. Facendo i primi passi fuori la vista della rocca sacra non è ancora ostruita dai palazzi neoclassici di Odos Dionysiou Areopagitou, ma avanzando la situazione cambia. E i prospetti posteriori non è che siano proprio piacevoli, ignari al momento della loro costruzione che un giorno sarebbero stati così in vista. Forse sarebbe stato meglio progettare diversamente la terrazza, piuttosto che contare sull’abbattimento di due edifici storici solo per un capriccio architettonico, non trovate?

Il bookshop, accanto al ristorante, è molto fornito con prezzi non proprio tourist-friendly, ma comunque nella media. C’è un grande assortimento di articoli di merchandising del Museo, riproduzioni di opere esposte, ecc. Tra le prime cose che ho visto c’era una guida breve del museo in inglese, venduta a 5 €. Carta scarsa, molto essenziale ma al contempo pretenziosa. L’ho lasciata lì.

L’ascesa continua, riprendendo quel ramo della parabola winkelmaniana che ci porterà al culmine dell’Arte e della Storia. Al culmine della salita, dopo essere stato accuratamente preparato, puoi essere ammesso a conoscere il segreto più prezioso: CE LI HANNO RUBATI!!!
E’ la totale inversione del continuum spazio-tempo, direbbe il DOC di Ritorno al Futuro. E’ come se quella sala piena di copie e di buchi ti dicesse, con l’aria mesta e rassegnata, che loro hanno fatto di tutto per farti vedere le sculture di Fidia, ma che non è colpa loro in fondo se non ci sono tutte. Loro avevano preparato ogni cosa e poi…. è arrivato Elgin e ha rovinato la festa.

Concludiamo, mentre scendiamo e passiamo distrattamente davanti ai reperti dell’età romana e tardo-antica che questo tipo di percorso ci ha quasi fatto disprezzare. Il museo è fatto bene, ma per uno scopo sbagliato.
Questo non è un museo, è un monumento ideologico. Non ti vuole trasmettere cultura; vuole indottrinarti con un preciso messaggio: le lancette della storia si possono portare indietro, la storia può essere negata e riplasmata secondo il gusto. Ora capiamo le dimenticanze, ora ci spieghiamo le semplificazioni divulgative.
E’ vero che è quasi impossibile scrivere e raccontare la Storia in modo oggettivo, ma questo Museo non ci prova neanche. E mi dispiace, alla fine dei conti , che questa operazione ideologica sia stata finanziata al 75% con i Fondi Europei.

Mario Trabucco


Gnuri e cassonetti

Mercoledì 24 Giugno 2009

-Gnùri, libero è? -Sì. -Evviva la libertà!

Sebbene la parola libertà sia onnipresente nei nostri discorsi, tanto da figurare anche tra i lazzi che hanno fatto divertire generazioni di ragazzi (alle spalle dei conduttori di carrozze), nondimeno la comprensione del concetto che essa indica è un po’ meno presente.

Soprattutto latita un’altra parola, che del concetto di libertà è parte integrante: responsabilità. Che senso avrebbe infatti poter scegliere liberamente se poi le nostre scelte non avessero conseguenze? Che gusto ci sarebbe a scegliere senza la speranza di godere un giusto merito, o viceversa il rischio di una equa sanzione? E’ per questo che dopo la libera scelta viene il momento in cui di quella scelta siamo chiamati a rispondere.

Se questo vale per tutti noi nel quotidiano esercizio della nostra libertà, a maggior ragione il discorso vale se applicato alla scelte compiute dai nostri rappresentanti, o da coloro che i nostri rappresentanti designano per compiere delle scelte che hanno una ricaduta su un qualunque aspetto della vita della comunità.

Leggo sul Corriere della Sera di domenica 21 giugno che l’AMIA (la municipalizzata che si occupa dei rifiuti di Palermo) ha comprato ben 1.500 cassonetti per la raccolta differenziata alla modica cifra di 750.000 euro (500 euro cadauno). Fin qua poco male, anzi forse pure bene, se non fosse che i cassonetti sono inutilizzabili, e di fatto inutilizzati da un anno, e ammassati in un piazzale nascosto della discarica di Bellolampo. La ragione è semplice: sono incompatibili con i camion per la raccolta. Scandaloso.

Ma torniamo al discorso che facevamo prima. Qualcuno ha scelto questi cassonetti; e qualcun’altro ha scelto questo qualcuno. Credete che delle teste cadranno per un errore tanto grossolano? Io lo spero, ma a dire il vero non me lo aspetto.

Già lo storico greco Erodoto, cinque secoli prima di Cristo, annoverava tra gli aspetti vantaggiosi della democrazia il fatto che le magistrature fossero soggette a rendiconto. E questo era tanto importante che la parola greca che indicava il pubblico magistrato era la stessa che noi traduciamo con “responsabile” ovvero (dal latino) “colui che ha la capacità di rispondere delle proprie scelte”. Chiedere che sia sanzionato pubblicamente chi ha commesso uno sbaglio non è accanimento, non è la solita voglia di gogne mediatiche. E un richiamo all’essenza stessa della nostra democrazia. E la democrazia è tale solo se valorizza la libertà tramite il richiamo alla responsabilità.


Se la cultura è mafiosa…

Venerdì 22 Maggio 2009

Alle volte la gente non sa proprio cosa inventarsi per far parlare di sè. Sembra proprio questo il caso dell’ultima trovata di Vittorio Sgarbi che, da sindaco di Salemi, ha pensato bene di inaugurare nel giorno dell’anniversario della Strage di Capaci, una mostra di volti di mafiosi.

Trovate un interessante articolo su Live Sicilia. Io propongo qui solo alcune riflessioni.

Anzitutto vi dico che non sono convinto dell’utilità sociale di mettere in mostra una serie di volti di mafiosi “celebri”, anzi mi chiedo proprio quale forma di fascinazione oscura abbia spinto l’artista a realizzarli. Il rischio poi che la fascinazione che ha colpito la Mantovan (l’artista che ha dipinto i ritratti) possa colpire anche parte dei fruitori della mostra mi sembra che non valga la candela.

Quello che suggerisco io in questi casi è il procedimento esattamente contrario, la “damnatio memoriae” già con successo sperimentata dagli antichi. Queste “persone” vanno cancellate dall’immaginario collettivo, non ne va diffusa la memoria.

“Sono polemiche inutili – dice Sgarbi – è come dire che la foto di Mills sui giornali è una forma di promozione. Non bisogna avere paura delle parole, vogliamo solo essere meno rispettosi delle solite convenzioni e banalità dell’antimafia. In queste opere è ritratta la mafia nello stile ‘Wanted’, con volti di borghesi ordinari dalla rispettabilità di facciata e che una volta catturati mostrano dei lineamenti nuovi, meno duri degli identikit, come è stato il caso di Provenzano, che una volta catturato ha rivelato un aspetto simile a quello di un comune pensionato” (citato dall’articolo di Live Sicilia)

Mi stupisco che una persona di raffinata intelligenza come Sgarbi possa rintracciare una analogia tra la foto di Mills sui giornali e il ritratto di Lo Piccolo in un museo. A parte il fatto che nessuno pensa che la foto dell’avvocato inglese accompagnata dalle accuse di concussione e spergiuro possa essergli di buona pubblicità. Ma inoltre è diverso il contesto! In un museo noi mettiamo delle cose perché siano non solo salvate dal tempo, ma anche erette ad esempio. Certo, esistono anche esempi negativi, ma solo dove si faccia tutto il necessario per sottolinearne la valenza negativa, per scongiurare qualsiasi ambiguità. In un museo sulla Germania troverà certo posto un ritratto di Hitler, che è pur sempre un personaggio storico, ma sarà anche attorniato dalle testimonianze del male che ha causato. Un ritratto di Hitler, accompagnato da quelli dei vari gerarchi in una galleria, forse trasmetterebbe un altro messaggio no?

Dalle parole di Sgarbi emerge quasi l’idea che in fondo Provenzano non sia altro che un inerme vecchietto settantenne, invece di uno dei più efferati omicidi e mandante di omicidi che la storia della nostra terra si vergogni di ricordare. E poi perché un “Museo della Mafia” piuttosto che uno della “Lotta alla Mafia”? Boh. Nei musei dell’Olocausto sparsi nel mondo su chi viene concentrata l’attenzione, sui carnefici o piuttosto sulle vittime? E’ per questo che si chiamano appunto “Museo dell’Olocausto” e non “Museo della Soluzione finale al problema ebraico” per esempio.

Spero che non voglia mai realizzare una galleria dell’Olocausto: immagino già la fila di ritratti di Hitler, Himmler, e “compagnia bella”.


Archeologia preventiva: finito il regolamento

Venerdì 22 Maggio 2009

Riporto dal comunicato stampa del MiBAC del 21.05.09:

Il Ministro per i beni culturali, Sandro Bondi, ha espresso grande soddisfazione per la conclusione dell’iter del regolamento che completa la disciplina in materia di archeologia preventiva, testo che sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Le nuove disposizioni – dichiara il Ministro – costituiscono un fondamentale strumento operativo, improntato a criteri di oggettività e trasparenza, attraverso cui, da un lato, si rende maggiormente efficace l’azione del Ministero diretta alla tutela del patrimonio archeologico del Paese e, dall’altro, dà certezza ai tempi di esecuzione delle opere pubbliche.”

Il testo prevede la costituzione di un elenco degli archeologici, cui possono essere iscritti soggetti privati, dipartimenti o istituti archeologici universitari, in possesso della necessaria qualificazione per operare la verifica preventiva dell’interesse archeologico in sede di progetto preliminare.

Fin qui il testo del comunicato. Purtroppo, per quanto abbia cercato, finora non ho trovato  ulteriori dettagli da sottoporvi e da commentare insieme. Aspetteremo.

Il regolamento deve dare compiuta attuazione all’art. 2-ter, comma 3, del DL 63/2005 (convertito nella legge 109/2005) il quale prevede, insieme all’art. 28, comma 4, del Codice dei Beni culturali, che la Soprintendenza possa richiedere la verifica preventiva dell’interesse archeologico di un progetto o intervento, da eseguirsi a spese del committente per mezzo di indagini d’archivio, spoglio delle pubblicazioni, indagini non invasive, saggi di scavo, al fine di conoscere in anticipo e valutare adeguatamente l’impatto che il ritrovamento di manufatti e opere murarie antiche può avere sui tempi e sui costi del progetto esecutivo.

I soggetti che potranno eseguire questa valutazione, tra privati, istituti universitari e soggetti pubblici in possesso di adeguata qualificazione, saranno inseriti in un apposito elenco del Ministero, dal quale pescare per fare eseguire la valutazione preventiva dell’interesse archeologico.


Più valore al dottorato di ricerca

Giovedì 21 Maggio 2009

Voglio parlarvi di una iniziativa interessante.

il manifesto della campagna - dal sito ADI

il manifesto della campagna - dal sito ADI

L’Associazione dei Dottorandi e dottori di ricerca Italiani (ADI), dopo il buon successo dell’ultima campagna, volta ad ottenere l’aumento delle borse di dottorato a mille euro mensili, ha lanciato una nuova campagna di informazione collegata ad una petizione per dare piena attuazione ad alcune norme -già previste ma mai applicate- per valorizzare il titolo di Dottore di Ricerca, soprattutto in tre ambiti: pubblica amministrazione, scuola, imprese.

Per saperne di più potete CLICCARE QUI

Io ho già firmato, e voi perché no?


Più tagli, più prendi

Lunedì 18 Maggio 2009

Come riportato da più parti, per esempio qui e qui, il 15 maggio è scaduto il termine posto dal Ministero dell’Università per la valutazione dell’offerta formativa per l’anno prossimo, in base alla quale si deciderà chi è virtuoso e chi no e, di conseguenza, quali università si spartiranno la posta in palio del 7% del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’Università.

Cominciano a fioccare le interviste ai bravi rettori che hanno tagliato or qui or lì per aggiudicarsi il guiderdone. La Sapienza: meno 46 corsi di laurea; Siena: meno 34; Messina: via una intera facoltà. Tutto pur di rientrare con le spese ordinarie entro il tetto del 90% del FFO ricevuto.

Ma leggo che entreranno presto in funzione altri parametri di valutazione, presi ceramente da quella serie di indici numerici che dovrebbero essere specchio fedele della qualità di un ateneo (numero di immatricolazioni, rapporto laureati/iscritti, numero di CFU conseguiti, e similari). Ovvio che se ci basiamo su questo il risultato lo conosciamo già: la corsa agli sconti per avere più studenti-clienti, esami regalati purché la gente si laurei, riduzione dei contenuti (ché altrimenti l’università è troppo difficile), e non continuo perché la lista sarebbe lunga e la conosciamo tutti.

Leggo anche in giro che la Gelmini vorrebbe una università meglio collegata con il mondo del lavoro, il che in linea teorica è pure condivisibile dal momento che ha poco senso una università che crea allegramente disoccupati vivendo scollegata dalla realtà.

E qui mi venne una pensata (stile Montalbano): un indicatore di successo basato sui contratti. Mi spiego meglio: prendi il numero dei laureati nell’anno precedente e conti un punto per ognuno di loro che abbia firmato un contratto a tempo determinato, mezzo per ogni contratto a tempo determinato, un decimo per ogni contratto di collaborazione (co.co.co., co.co.pro. e simili);  e ovviamente un bel punto meno per ogni laureato ancora a spasso.

Che risultato mi aspetterei? Una bella corsa virtuosa degli atenei a creare opportunità di lavoro per i propri laureati (per guadagnare punti positivi), e una minore fretta nel portare gli studenti alla conclusione del loro percorso di studi (per evitare di guadagnare punti negativi). Inoltre la qualità dei laureati dovrebbe anche crescere, al fine di poterli meglio piazzare presso le aziende private.

Pensate un po… non sarebbe interessante, secondo voi?


Pubblico ma non pubblico

Mercoledì 13 Maggio 2009

Cari amici e colleghi,

ecco a disposizione di tutti il testo dell’intervento che ho tenuto a Roma al convegno ArcheoFOSS 2009. Le ovvie limitazioni di tempo e di spazio, oltre alle mie approssimative competenze in materia giuridica, non ne fanno di certo un capolavoro. Ma se servirà a stimolare una nuova accesa discussione come quelle che talvolta si svolgono in questo spazio, allora sarà di certo servito a qualcosa.

Il testo è rilasciato secondo i termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Generico quindi potete copiarlo, distribuirlo, modificarlo a patto ovviamente di citarmi, di non perseguire scopi di lucro, e ovviamente di diffondere eventuali derivati con la stessa licenza.

Buona lettura e aspetto i vostri commenti!

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TESTO INTERVENTO


ArcheoFOSS 2009: le impressioni

Mercoledì 29 Aprile 2009

Si è chiusa ieri sera, verso le sette, la due giorni romana dedicata alle applicazioni della filosofia Open Source al mondo dell’archeologia. Inutile dire che sono molto soddisfatto e i motivi sono tanti. Eccone alcuni:

  1. Un convegno giovane. In Italia si sa che nella maggior parte dei casila parola convegno evoca subito immagini di canuti tromboni e di sproloqui verbosi e interminabili (mi annoio già a scriverlo). Il convegno di Roma ha registrato una massiccia partecipazione di under-40, con una percentuale approssimativa del 70% dei presenti. Allora esiste una archeologia giovane, dinamica, che non teme di provare, sperimentare e innovare! Se ce ne fosse stato bisogno l’appuntamento romano ha dimostrato ancora una volta di sì.
  2. Open Source = qualità. Non si tratta più ormai di low-cost. E’ quasi incredibile, almeno per un neofita come me, quante e quanto valide ormai possano essere le alternative disponibili ai software commerciali. Io personalmente ho deciso di scaricare e cominciare ad apprendere QuantumGIS, un GIS che sembra semplice ma comunque efficace, almeno per iniziare, e da lì passerò a GRASS, una specie di gis delle meraviglie che non teme assolutamente confronti con prodotti commerciali come ArcView e simili.  Una delle cose interessanti di questo convegno è vedere come ormai tutte le operazioni legate all’archeologia siano perfettamente possibili con l’uso di software OS, con almeno un programma (spesso molti di più) a competere con la classica soluzione commerciale.
  3. WYSIWYG. What you see is what you get, ovvero vedere prima in azione ciò che si può ottenere dall’OS. Un bel punto di forza di questo convegno è stata la sessione di dimostrazioni dal vivo  (chiamata Open Lab). Io per esempio ho trovato di estremo interesse per la mia ricerca di dottorato la demo delle potenzialità del software di analisi statistica dei dati R. Un po’ ostico all’inizio per la mancanza di una interfaccia grafica user friendly e per la necessaria familiarità con la linea di comando (che però ha già chiunque si sia già accostato a Linux), il programma mostra poi i muscoli creando le più comuni analisi (media, mediana, deviazione standard, ecc.) con un semplice comando e partendo dalla semplice importazione di un file di Excel (o Calc) salvato in formato CSV. Una particolarità: grafici ottimi completamente automatizzati e pronti per la pubblicazione. Pregusto già quello che ci farò.

Insomma, come vedete, la soddisfazione è piena. Ma si può sempre migliorare e allora ecco un piccolo suggerimento: un dibattito acceso vale almeno quanto un paio di relazioni. Quindi più spazio al dibattito ma soprattutto perchè ci sia un dibattito vero ci vuole qualcuno che rappresenti posizioni diverse dalle nostre. E non per poterlo accusare o crocifiggere in pubblica piazza, bensì perché il dibattito sia realmente qualcosa di utile.  D’altronde, come sosteneva Popper, nel confronto l’obiettivo è non tanto quello di convincere l’altro quanto piuttosto quello di affinare le nostre idee mettendole continuamente alla prova.


Archeo-FOSS 2009

Venerdì 10 Aprile 2009

Informo tutti i lettori che il 27 e il 28 aprile, a Roma, presso la sede del CNR in Piazzale Aldo Moro, si terrà il IV Workshop su “Open Souce, Free Software e Open Formats nei processi di ricerca archeologica”. Tutti gli interessati sono invitati a partecipare. Per maggiori informazioni e programma cliccate sul logo qui sopra.

Fra le relazioni anche una mia short presentation dal titolo Pubblico ma non pubblico: prospettive normative sulla proprietà intellettuale dei dati archeologici.

Auguri a tutti di buona Pasqua

Καλό Πάσχα σε όλους